Ritorno alla natura

Il fascino e la forza del messaggio di Henry Thoreau, un punto di riferimento imprescindibile per la letteratura americana e una figura il cui spirito alita ancora su molti ambientalisti.
Marco Boscolo, 06 Maggio 2019
Micron
Micron
Giornalista scientifico

Nel 1842, dopo averlo incontrato per la prima volta, Nathaniel Hawthorne lo descrive come «un giovane che ancora conserva buona parte dell’originaria natura primitiva […] Brutto come il peccato, naso lungo, bocca strana, modi sgraziati e piuttosto campagnoli, per quanto gentili […] Sembra incline a condurre una vita da indiano fra gli uomini civilizzati; una vita da indiano, intendo, per l’assenza di qualsivoglia tentativo di guadagnarsi da vivere». Siamo ancora al di qua dello spartiacque rappresentato dai due anni passati in isolamento nella capanna nel bosco, ma il personaggio che ha contribuito come pochi altri a indirizzare il dibattito sulla natura – o ‘Natura’, sempre maiuscolo, come scriveva lui – negli Stati Uniti e in Occidente è già tutto lì. Si racchiude nel rapporto contrastante tra civile e selvaggio (che Hawthorne chiama ‘primitivo’, ‘da indiani’), dove i due aggettivi non sono per forza antitesi l’uno dell’altro. Nel pensiero di Henry Thoreau, però, il primo aggettivo – ‘civile’ – sta sicuramente vincendo la partita e nella mente di molti suoi contemporanei si è almeno parzialmente sovrapposto a buono, giusto, desiderabile, auspicabile, inevitabile, succhiando da tutti qualcosa. Ne esce così un’idea di civiltà concepita come superiore allo stato di selvaticità che ha aperto la porta alla giustificazione della schiavitù, del colonialismo e, non ultimo nella visione di Thoreau, dello sfruttamento della natura.

DIVENTARE SCRITTORE SUCCHIANDO IL MIDOLLO DELLA VITA
Henry David Thoreau nasce a Concord, nel Massachusetts, a una trentina di miglia da Salem, la cittadina portuale che fa da sfondo a La lettera scarlatta, il 12 luglio del 1817. Per tutta la vita, a conferma che l’impressione di Hawthorne era corretta, non si dedicherà mai a un’attività lavorativa per molto tempo: prova con l’insegnamento, ma non approva i metodi troppo duri dei colleghi, lavora per un periodo anche alla fabbrica di matite di famiglia – tra l’altro migliorando notevolmente la qualità del prodotto, grazie a una serie di migliorie tecniche nella produzione – ma in generale tira avanti con lavori saltuari e occasionali.
L’unico punto fisso della sua esistenza è il tentativo di diventare scrittore, di fare parte di quella ristretta cerchia di intellettuali che stanno formando la cultura degli Stati Uniti in piena espansione a Ovest, alla vigilia della Guerra di Secessione, mentre si gettano le basi per il definitivo salto economico, sociale, culturale, che faranno passare l’America da ex colonia britannica a una delle potenze mondiali. Il primo esperimento è un racconto di viaggio, A Week on the Concord and Merrimack Rivers (1849), che mostra come si possa provare a costruire un’epica dell’esplorazione senza allontanarsi troppo da casa. Ma non è un successo, tutt’altro.
Nel frattempo, sempre a Concord, Thoreau ha intensificato i rapporti con un intellettuale già molto noto negli Stati Uniti, Ralph Waldo Emerson, che diventerà un punto di riferimento per la letteratura americana pur senza aver mai scritto un romanzo o un racconto, solamente saggi e discorsi. Emerson è uno degli esponenti più importanti del Trascendentalismo, un movimento letterario e artistico, che vede nella Natura una forza quasi religiosa, che deve essere rispettata, ammirata e, per certi versi, pregata perché in qualche modo al di là dell’ordinaria esperienza umana. La Natura, cioè, trascende i nostri limitati sensi e ha un significato – un’idea presa in prestito dal Romanticismo europeo – oltre la nostra esperienza che non è riducibile, afferrabile, almeno non del tutto. Non c’è da meravigliarsi che con questo bagaglio culturale sulle spalle, Thoreau trovi in un tentativo di ritorno alla natura il mezzo, l’unico possibile, per diventare scrittore.
Così se ne va, novello asceta, nei boschi: «perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, e succhiare tutto il midollo di essa, vivere da gagliardo spartano, tanto da distruggere tutto ciò che non fosse vita, falciare ampio e raso terra e mettere poi la vita in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici».
Lo scrive egli stesso in uno dei brani diventati più celebri del suo Walden, il libro che racconta la sua esperienza di ritiro sulle sponde del piccolo lago omonimo qualche miglio fuori Concord, e che è diventato negli anni una sorta di Bibbia della natura, del vivere con la natura e nella natura, tanto da ispirare storie come quella di Christopher McCandless, raccontata nel film Into the Wild. Secondo l’interpretazione di un altro grande scrittore americano, John Updike, «assorbendo l’idealismo di Emerson, Thoreau si imbeve della grande metafora della Natura, trasformandosi in uno scienziato sui generis – ‘un mistico, un trascendentalista e per giunta un filosofo della natura’ si definirà più avanti – e in un autobiografo».

UNA CAPANNA IN RIVA AL LAGO
Ma che cosa fa Thoreau per due anni, tra il 1845 e il 1847, sulla sponda del Walden Pond? A parte costruire la capanna dove alloggerà, va a pesca, passeggia (ma senza mai allontanarsi troppo), nuota, sbriga faccende domestiche, cura l’orto che gli fornisce una parte del sostentamento. Ma soprattutto osserva e ascolta la natura come l’uomo che, lasciata la civiltà, deve abituare di nuovo vista e udito a un ambiente che la società sua contemporanea cerca di isolare: qui la civiltà, là la natura selvaggia.
Si trasforma così, a tratti, in un documentarista prima del cinema, descrivendo minuziosamente scene di vita boschiva, magari minime, apparentemente insignificanti. Si dedica a “misurazioni scientifiche”, quando per esempio smonta la leggenda che il lago non abbia un fondo, e lo fa applicando i principi del metodo scientifico e misurando l’effettiva profondità dello specchio d’acqua. Scrive ancora Updike, che «l’obiettivo di Thoreau è farci riconciliare con la Natura così com’è, implacabile e inesorabile»: uno sguardo privo di mediazione, un ritorno all’osservazione (e all’implicita accettazione) di come il mondo è, non di come vorremmo che fosse.
«Noi abbiamo bisogno del tonico della natura selvaggia […]», si legge nel Walden. «Non ci stanchiamo mai della Natura. Dobbiamo essere rinfrescati dalla vista di un vigore inesauribile, di fattezze vaste e titaniche […] Abbiamo bisogno di vedere i nostri stessi limiti trasgrediti e un po’ di vita pascolare liberamente in luoghi dove noi non vaghiamo mai. Ci sentiamo rallegrare quando osserviamo l’avvoltoio cibarsi della carogna che ci disgusta e sconvolge, e trarre salute e forza da quel pasto».
C’è una parte del nostro essere umani che la società contemporanea ci preclude perché intende la Natura solo come risorse da sfruttare, ricchezze da estrarre, spazi da occupare in nome di una crescita della ricchezza. A Thoreau tutto questo provoca fastidi profondi e con il suo ritorno alla natura vuole in qualche modo indicare una via di redenzione laica per l’uomo. Sempre nel Walden, si legge:
«Amo vedere che la Natura è talmente ricca di vita che miriadi di esseri possono venire offerti in sacrificio, e condannati a diventare preda gli uni degli altri; che deboli organizzazioni possono essere spremute fuori dalla vita così serenamente come la polpa da un frutto – come i girini che sono ingoiati dagli aironi, e le tartarughe e i rospi che vengono schiacciati sulla strada; e mi piace sapere che qualche volta piovvero carne e sangue! Esposti come siamo alle disgrazie, dobbiamo constatare in quanto poco conto si debba tenere tutto ciò. L’impressione che prova un saggio è quella di un’innocenza universale […] La compassione è un terreno poco solido».

LA MORALE
Da quell’esperienza sul lago Walden, poco lontano da dove passavano i treni che da Boston andavano alla conquista dell’Ovest, poco distante dai porti che permettevano il trasporto di merci da una parte all’altra del mondo, non molto discosto dalla grande industria della caccia alla balena raccontata da Herman Melville in Moby Dick, Thoreau prova a gettare basi diverse per il rapporto tra uomo e natura, una via che verrà seguita dal padre dei Parchi Nazionali americani, John Muir, suo grande ammiratore, ma che per certi versi viene contraddetta dalla storia successiva degli Stati Uniti. Ed è una via che oggi, a distanza di un secolo e mezzo dal Walden, torna di attualità: nella difficoltà dei governi di trovare accordi concreti per contrastare gli effetti del cambiamento climatico; nell’apparente impossibilità di fermare la corsa dello sfruttamento fuori controllo delle risorse naturali per l’industria, il consumo, il turismo; nel continuo separare la civiltà dalla selvaticità, come se nonostante tutto l’umanità non vivesse nella natura, ma fuori da essa, senza che questa condizioni metta a repentaglio la sopravvivenza stessa dell’uomo.
È una critica che verrà ripresa un secolo dopo Thoreau da Barry Commoner, con la sua idea di un cerchio, quello tra uomo e natura, che deve tornare a chiudersi. L’asceta sul Walden Pond sembra essere stato uno dei primi ad accorgersi di quella separazione: non è stato ascoltato allora perché troppo in anticipo, non sembra più ascoltato oggi. Intanto, nonostante sia morto a soli quarantacinque anni di tubercolosi senza aver pubblicato nient’altro, è diventato un punto di riferimento imprescindibile per la letteratura americana, ma è anche una figura morale il cui spirito alita ancora su molti ambientalisti, ricordando che proprio perché siamo artefici del nostro destino possiamo scegliere cosa vogliamo dalla natura e dalla società.

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