Samantha e le altre

Quella dei viaggi nello spazio è una storia che, ancora oggi, è tinta soprattutto di celeste. Anche a giudicare da quello che le donne hanno dovuto affrontare per arrivare a volare lassù dove osavano (solo) gli uomini.

Stefano Pisani, 10 Giugno 2020
Micron
Micron
Giornalista Scientifico

Il recente successo in mondovisione della missione Crew Dragon 2, il volo della capsula Crew Dragon con a bordo un equipaggio (primato assoluto per una compagnia privata, la SpaceX fondata da Elon Musk) ha rappresentato un evento storico per vari motivi. Innanzitutto, perché il lancio è avvenuto dalla Florida, nove anni dopo quell’ultimo decollo Space Shuttle da Cape Canaveral, che segnò l’inizio dei “passaggi” chiesti dagli americani ai russi per poter andare nello spazio. In secondo luogo, perché ha rappresentato ufficialmente l’alba dell’era dei voli spaziali commerciali che potrebbero portare in orbita non solo astronauti ma anche comuni cittadini (per ora, cittadini molto molto facoltosi).

Ma la Crew Dragon ha riacceso l’interesse per l’esplorazione spaziale in generale, potenzialmente aprendo la strada a innumerevoli prospettive. Quello che però tutti hanno notato, nell’eccezionalità del fatto, è stato che i due membri della missione fossero entrambi maschi, Doug Hurley e Bob Behnken.

Un particolare che, chiaramente, rilancia la questione di genere nella storia dei viaggi nello spazio. Una storia che, ancora oggi, è tinta soprattutto di celeste, a giudicare da quello che le donne hanno dovuto affrontare per arrivare a volare lassù dove osavano (solo) gli uomini.

LA PRIMA DONNA NELLO SPAZIO
Non fu infatti semplice arrivare a far varcare i confini della Terra a una donna. L’idea di addestrare donne cosmonaute circolava già nell’agenzia spaziale russa sin dallo storico primo volo di Jurij Gagarin nel 1961 e, ovviamente, nacque da uno slancio di competizione con gli americani. Dal diario di Nikolai Kamanin, direttore dell’addestramento dei cosmonauti, sappiamo infatti che fu l’aver letto che gli americani stavano addestrando donne pilota per diventare astronauti a far partite tutto: “Non possiamo permettere che la prima donna nello spazio sia americana. Sarebbe un insulto ai sentimenti patriottici delle donne sovietiche”. Kamanin ottenne quindi l’autorizzazione a creare un gruppo di cinque donne da preparare al volo spaziale già nel successivo programma di cosmonauti del ’63.

Sebbene fossero in gioco i sentimenti patriottici delle donne sovietiche (…) il progetto fu comunque ampiamente contestato e messo in dubbio, anche dalla direzione militare. Tuttavia, andò avanti anche se, ovviamente, scarseggiando le donne pilota la ricerca della prima astronauta russa fu condotta allargando le maglie della selezione e prendendo in considerazione le paracadutiste. Da un gruppo iniziale di 400 si scremò fino a 58 possibili candidate, tra le quali furono scelte le 5 future prime cosmonaute russe.

Chi sarebbe stata però la prima donna a volare nello spazio? L’agenzia russa puntò su Valentina Tereshkova, una operaia tessile di 26 anni che proveniva da una famiglia contadina di origini bielorusse non propriamente agiata. Valentina aveva lavorato in una fabbrica di pneumatici, continuando però a formarsi, laureandosi per corrispondenza alla scuola tecnica dell’industria leggera nel 1960 a 23 anni e, soprattutto, allenandosi all’insaputa della famiglia come paracadutista presso un aeroclub di Yaroslav, cittadina a 250 chilometri da Mosca in cui viveva con la madre. Il suo primo salto col paracadute l’aveva fatto a 22 anni, poi l’allenamento come paracadutista competitivo: la Tereshkova superò brillantemente il training ed era considerata anche una scelta politicamente valida dall’allora premier Nikita Khrushchev, che la riteneva propagandisticamente conveniente in quanto figlia di un contadino che morì combattendo per la patria durante la Seconda guerra mondiale.

Kamanin definì la Tereshkova: “Gagarin in gonnella”. Valentina e la sua gonnella diedero vita alla missione Vostok 6, che decollò il 16 giugno 1963. Prima di partire, seguì anche lei quella che sarebbe diventata una tradizione scaramantica degli astronauti e inaugurata da Gagarin: fece pipì sulla ruota dell’autobus che la portava al cosmodromo di Bajkonur (prima donna a fare questa cosa, altro record).

La sua missione, di circa 3 giorni, era finalizzata perlopiù a capire gli effetti del volo nello spazio sugli esseri umani. Valentina sperimentò nausea e disagi fisici per gran parte del tempo, ma riuscì comunque a portare a termine la missione. Nonostante le difficoltà a controllare il paracadute a causa del forte vento, rientrò in sicurezza il 19 giugno atterrando a Karaganda, in Kazakistan. Uscì dalla navicella con un livido sul naso, fu aiutata da alcuni abitanti del villaggio vicino di Altai Krai a togliersi la tuta e poi andò a mangiare con loro.

Valentina Tereshkova, che attualmente è un deputato della Duma di Stato della Federazione Russa, aveva all’epoca 26 anni, fu la prima e tuttora la più giovane donna a volare nello spazio (da sola) e compì 48 orbite intorno alla Terra. Con quella sola missione, rimase nello spazio più di quanto tutti gli astronauti (maschi) americani messi insieme avevano fatto fino ad allora. Oltre che diventare un’eroina per l’Unione Sovietica, divenne un modello per le donne di tutto il mondo e innescò la scintilla per la crescita del ruolo delle donne nel programma spaziale.

DOPO I RUSSI
Dopo la Tereshkova, i programmi di volo spaziale non hanno incluso donne fino agli anni ’80. La seconda cosmonauta è ancora una sovietica: Svetlana Savitskaya, che nel 1982 prende parte alla missione Soyuz T-7 e diventa anche la prima donna a partecipare a due missioni, volando anche durante la Soyuz T-12 del 1984. La fame di primati della Savitskaya però non si ferma qui: l’astronauta detiene anche il record della prima“passeggiata” nello spazio (tecnicamente: attività extra-veicolare, EVA) femminile, operando all’esterno della stazione spaziale Salyut 7 per tre ore e mezzo, durante la missione Soyuz T-12. Ma… gli Stati Uniti?

Nel frattempo, gli Stati Uniti effettivamente stanno un po’ a guardare, sotto il fronte femminile. Un certo numero di donne americane erano state sottoposte con successo al processo di selezione degli astronauti nei primi anni ’60, ma non erano state dichiarate idonee, principalmente perché tutti gli astronauti dovevano essere piloti militari, una carriera non disponibile per le signore, in quegli anni.

La NASA apre ufficialmente il suo programma spaziale alle candidature femminili nel 1978, in risposta alle nuove leggi antidiscriminazione dell’epoca. Il “Gruppo 8” è quello storico: sono passati nove anni dall’ultimo Gruppo di astronauti che la NASA ha laureato, e a gennaio 1978, l’agenzia spaziale americana presenta il primo gruppo con elementi femminili (6 su 35). A questo appartengono quelle che diventeranno la prima e la seconda donna americana nello spazio: rispettivamente, le specialiste di missione Sally Ride e Judith Resnik (che, purtroppo, troverà la morte nel disastro del Challenger del 1986).

Nell’83, dunque, arriva la prima donna americana nello spazio: Sally K. Ride, che era partita da un gruppo di più di ottomila candidate e aveva superato una durissima selezione. Le difficoltà per la Ride, fisico, nata a Los Angeles nel 1951, non erano però solo di carattere tecnico-scientifico. Sally dovette infatti scontrarsi anche con la mentalità che regnava all’epoca: per farsi un’idea, basti sapere che prima di imbarcarsi per la missione sullo Space Shuttle Challenger STS-7 i media le chiesero se si sarebbe truccata durante il viaggio e se aveva pianto, durante i malfunzionamenti nel simulatore di volo. Durante questi malfunzionamenti dei giornalisti, lei però mantenne il sangue freddo e insistette sul fatto che avrebbe dovuto essere guardata in un solo modo, come un’astronauta.

Sally Ride divenne dunque la terza donna nello spazio, partecipando alla missione STS-7 tra il 18 e il 24 giugno 1983. Gli Stati Uniti poi “pareggiarono” i conti con l’Unione Sovietica anche sulle passeggiate spaziali con Kathy Sullivan, che durante la missione STS-41-G, sesto volo dello Shuttle Challenger a ottobre 1984, diventò la prima donna americana a fare un’attività extra-veicolare. La prima donna di colore nello spazio fu invece un primato tutto americano, con Mae Jemison, specialista di missione dello Shuttle Endeavor, missione STS-47, a settembre 1992.

Un altro momento storico è stato quello, molto recente, della prima passeggiata spaziale tra sole donne. La attività extra-veicolare tutta al femminile è stata effettuata il 18 ottobre 2019 da parte di Christina Koch e Jessica Meir che sono uscite dalla Stazione Spaziale Internazionale (che, tra l’altro, in quei giorni era sotto il comando del nostro Luca Parmitano) per un intervento tecnico sull’unità di ricarica delle batterie durato 7 ore e 17 minuti. Alle comunicazioni brevi e concise delle due astronaute in orbita, si aggiungeva quella di Stephanie Wilson, che coordinava la passeggiata dalla sala di controllo NASA. Dei 227 astronauti che hanno fatto passeggiate spaziali, solo 14 sono state donne e l’evento della passeggiata in rosa è stato festeggiato in tutto il mondo anche se “molti di noi vorrebbero che diventasse una cosa normale”, ha commentato Tracy Caldwell Dyson, astronauta USA con tre passeggiate nello spazio alle spalle, effettuate nel 2010 durante l’Expedition 21. Dichiarazione a cui ha fatto da eco quella di un’altra astronauta, Kathy Sullivan, secondo cui “se prima le donne nello spazio erano considerate una novità, oggi stanno diventano la normalità”.

Dagli anni ’80, molte donne di diversi paesi hanno lavorato nello spazio, anche se nel complesso, quella femminile rappresenta una scelta ancora significativamente meno frequente, rispetto a quella maschile. Finora, tra le 565 persone che sono state nello spazio ci sono solo 65 donne, circa l’11 per cento. E gli Stati Uniti hanno decisamente il primato, essendo infatti solo 12 le donne non americane ad aver volato finora. Una “sporca dozzina” che ha tuttavia lasciato il segno: tra queste ricordiamo infatti l’inglese Helen Sharman(prima europea occidentale nello spazio, 1991), Liu Yang (prima cinese nello spazio, 2012), e soprattutto Samantha Cristoforetti, la prima italiana nello spazio, che nel 2014 ha raggiunto la Stazione Spaziale Internazionale. Proprio la Cristoforetti, con la missione “Futura” del 2014-2015 sulla ISS, stabilì il record femminile di permanenza nello spazio in un singolo volo, di 199 giorni. Il primato è stato poi superato dalla statunitense Peggy Whitson e dalla Koch, alla quale appartiene l’attuale volo spaziale più lungo di una donna tornando sulla Terra dopo 328 giorni a bordo della Stazione Spaziale Internazionale.

E riguardo al futuro? Lo scorso gennaio, nel Johnson Space Center di Houston, la Nasa ha laureato la sua nuova classe di astronauti (americani e canadesi) a cui saranno affidate diverse missioni (anche commerciali) e voli futuri, come quelli per il programma Artemis. “Rappresentano la prima ondata di astronauti della generazione Artemis della NASA”, ha dichiarato l’amministratore NASA Jim Bridenstine durante una cerimonia di presentazione della classe “Turtle”, che è composta da sette uomini e sei donne (così tante donne laureate astronauti si ebbero solo nel 1978). La NASA ha dichiarato che porterà la prima donna sulla Luna nel 2024, svelando anche la nuova tuta spaziale della generazione Artemis che avrebbe indossato. E qualcuno, come Allison McIntyre, importante scienziata NASA tra i responsabili della preparazione degli astronauti, comincia a dire che si dovrebbe seriamente prendere in considerazione l’ipotesi che il primo essere umano a mettere piede su Marte debba essere una donna.

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