Scienza, la sfida del multilinguismo

In ambito scientifico si registra, come è noto, l’egemonia di un’unica lingua. Questo risolve non pochi problemi, ma molti altri ne propone. È necessario che le lingue nazionali non perdano contatto con la scienza, restino vive e siano in grado di assorbirne le novità. Sia perché la semantica del discorso scientifico non vada perduta. Sia perché i ricercatori che non sono di madrelingua inglese non paghino uno scotto troppo alto all’“effetto Einstein”.
Pietro Greco, 28 Novembre 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

Il 28 e il 29 novembre prossimi Berlino ospita un convegno internazionale dal titolo Le sfide del multilinguismo per la pratica scientifica. La riunione riveste notevole interesse anche per la modalità con cui si svolge. Ogni relatore parla nella lingua che vuole. Gli italiani, per esempio, parleranno in italiano. Un efficiente sistema di traduzione consentirà la comunicazione a tutti. Ma sono i contenuti dell’assise che interessano non solo i linguisti, ma anche noi redattori e lettori di micron.
Il problema è ovvio da definire. In ambito scientifico – compreso l’ambito scientifico che si occupa di ambiente – ha imposto la sua egemonia la lingua inglese. Il che risolve non pochi problemi, ma molti altri ne propone.
Ebbene, la “nuova scienza” nasce nel Seicento, come diceva lo storico Paolo Rossi, “abbattendo il paradigma della segretezza”. Tutto deve essere comunicato a tutti. E in effetti il “comunitarismo” appare in cima alla griglia di valori che, secondo Robert Merton, è propria della comunità scientifica. Ma la necessità, non scontata, di dover comunicare “tutto a tutti” implica almeno due conseguenze. Una riguarda la immediatezza e la precisione della comunicazione. L’altra riguarda la diffusione e la divulgazione dell’informazione scientifica.
Nessuno meglio di Galileo Galilei ha delineato l’inevitabilità di queste due conseguenze di una scienza che ha come valore fondante il comunicare “tutto a tutti”.
Galileo Galilei tra il 1609 e il 1610 osserva il cielo con il cannocchiale che ha messo a punto. Scoprendo, letteralmente, “cose mai viste prima”: la Luna fatta della stessa specie della Terra; i quattro satelliti naturali che orbitano intorno a Giove, le innumerevoli stelle fisse visibili col cannocchiale ma non a occhio nudo. Ha necessità di comunicarle subito queste sideree novità, prima che altri facciano le medesime osservazioni e, dunque, per rivendicare la primazia della scoperta. Ma ha anche bisogno che le sue incredibili scoperte siano conosciute al più presto da tutti gli esperti in Europa, affinché loro, gli esperti, possano ripetere e confermare le sue osservazioni. Così il 13 marzo 1610 Galileo pubblica il Sidereus Nuncius, il libro che, per dirla con il filosofo e storico della filosofia Ernst Cassirer, “divide in due le epoche”.
Galileo ha fretta e scrive mentre osserva, praticamente in tempo reale. E la lingua usata è quella parlata dagli esperti di astronomia in tutta Europa: il latino. Facendo questo inventa un nuovo genere letterario: il report scientifico. Anche lo stile è nuovo. Asciutto, essenziale, breve, immediato. Quello tipico della moderna letteratura scientifica. Georg Fugger, in una lettera inviata a Johannes Kepler un mese dopo la pubblicazione del Sidereus, il 16 aprile 1610, definisce aridus lo stile di quel breve trattato. Non si è accorto che tutto è cambiato. Anche il modo di scrivere di scienza.
Ebbene, con il Sidereus Nuncius Galileo fornisce la plastica dimostrazione che la “nuova scienza” ha bisogno di una lingua universale – nel Seicento è ancora il latino – affinché tutti gli esperti in tutto il mondo (o, almeno, in Europa) possano avere immediata contezza di una nuova scoperta scientifica.
Ma neppure una settimana dopo aver pubblicato il libro, il 19 marzo 1610, Galileo invia a Belisario Vinta una lettera che accompagna la prima copia del Sidereus spedita a Firenze ancora in folio e senza copertina, in cui spiega perché ha scritto in tutta fretta il suo libello. E subito dopo afferma: «Parmi necessario, oltre a le altre circuspezioni, per mantenere et augumentare il grido di questi scoprimenti, il fare che con l’effetto stesso sia veduta et riconosciuta la verità da più persone che sia possibile: il che ho fatto et vo facendo in Venezia et in Padova.»
Ecco, Galileo ha bisogno che la verità astronomica non sia conosciuta solo da matematici e astronomi e principi ma da più persone possibile.
Perché solo se diventa cultura diffusa la scienza si afferma. E però non si può scrivere per il pubblico dei non esperti di ogni rango sociale e livello culturale in una lingua, il latino, che è sì universale ma è conosciuta da pochi. Per la diffusione della sua visione dei cieli e della fisica in generale presso il grande pubblico della penisola in cui vive, Galileo comprende che “deve” scrivere in italiano. Dopo il Sidereus inizierà così a scrivere in lingua volgare.
Tra le sue opere celeberrime, che lo renderanno – a detta di Italo Calvino – il più grande scrittore nella storia della letteratura italiana ricordiamo due autentici capolavori: Il saggiatore (1623) e il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo (1632).
Ebbene, queste due esigenze colte da Galileo – comunicare in una lingua universale comprensibile a tutti gli esperti e comunicare al grande pubblico in una lingua comprensibile al grande pubblico – valgono più che mai ancora oggi.
Il problema della lingua riguarda il modo in cui pensano e comunicano tra loro gli scienziati.
Un problema che ha mutato le sue caratteristiche nel corso del tempo. Galileo scriveva in latino per farsi comprendere dalla comunità internazionale degli scienziati. Ma nella lunga fase tra la seconda parte del Seicento e l’inizio del Novecento, quando è venuta progressivamente meno la funzione del latino, c’è stato in qualche modo una forma di plurilinguismo. Charles Darwinha scritto in inglese. Albert Einstein in tedesco. Enrico Fermi in italiano.
Questo ha portato a una spiccata forma di plurilinguismo nella scienza e anche a una forma di reciprocità linguistica tra gli scienziati. James C. Maxwell, per esempio, ha imparato l’italiano per parlare con Carlo Matteucci. Gli italiani hanno imparato il tedesco per parlare con i colleghi teutonici o il francese per parlare con i colleghi francesi.
La trasformazione della scienza nel Novecento e la sua estensione fuori dal continente europeo hanno portato all’esigenza di avere una nuova lingua di riferimento universale. È toccato all’inglese. Una lingua molto comoda da usare. Tutti gli scienziati ormai parlano e scrivono in inglese. Parlano e scrivono. Ma non necessariamente pensano in inglese.
Emigrato negli Stati Uniti, Einstein continuava a pensare in tedesco. Poi traduceva in inglese. Famoso è il caso persino di un documento non squisitamente scientifico, come la lettera a Roosevelt del 2 agosto 1939. John Maddox, direttore di Nature, alla fine degli anni ’80 rilevava come il tasso di rifiuto degli articoli proposti per la pubblicazione sulla sua rivista fosse bassissimo tra i madrelingua inglesi (Regno Unito, Stati Uniti, Australia) e molto alto invece tra scienziati appartenenti a culture molto lontane (Giappone). Maddox riconosceva che l’unilateralismo linguistico creava qualche problema. È nata l’esigenza di far scrivere gli scienziati anche nella propria lingua: Nature ha oggi diverse edizioni in lingue diverse.
Ma resta l’altro problema posto da Galileo, quello del «Parmi necessario, oltre a le altre circuspezioni, per mantenere et augumentare il grido di questi scoprimenti, il fare che con l’effetto stesso sia veduta et riconosciuta la verità da più persone che sia possibile.» Ovvero comunicare al grande pubblico. Ora, non c’è dubbio che in questo caso il plurilinguismo sia assolutamente necessario. Non posso pensare di comunicare scienza al pubblico italiano parlando in inglese o in tedesco. Anche nelle nazioni europee più abituate al multilinguismo, esiste un gap nella conoscenza delle lingue straniere.
Eccola, dunque, la nuova sfida legata alla lingua: chi comunica al grande pubblico deve usare la lingua nazionale, pur facendo riferimento a una fonte primaria che è in lingua inglese. Poiché è impossibile rinunciare all’uso della lingua nazionale, occorre un dialogo stretto tra i due mondi linguistici. La lingua inglese usata come strumento universale dalla comunità scientifica deve essere, appunto, la più universale possibile. Priva di gergalità. Con una grammatica e una sintassi semplici, ma con una semantica che mantiene intatto il contenuto della comunicazione.
La domanda è: l’inglese scientifico sta evolvendo in una lingua autonoma rispetto all’inglese parlato nel Regno Unito, negli Stati Uniti, in Australia? Ma occorre che le lingue nazionali non perdano contatto con la scienza. Restino vive e siano in grado di assorbire le novità scientifiche. Sia perché la semantica del discorso scientifico non vada perduta. Sia perché i ricercatori che non sono di madrelingua inglese non paghino uno scotto troppo alto all’“effetto Einstein”: pensare nella propria lingua per poi tradurre in inglese.
Per fare tutto questo è bene che nei luoghi di ricerca e soprattutto nelle università in Europa e in tutto il mondo non si imponga l’egemonia assoluta di alcuna lingua (né solo quella nazionale, né solo quella inglese) ma si promuova il multilinguismo. Ciò vale anche e soprattutto per la comunicazione ambientale. Perché sui temi dell’ambiente non siamo chiamati solo a conoscere, ma anche ad agire. Ad assumere decisioni. E se non c’è una chiarezza di base – e la lingua è nel malto che contribuisce a tenere insieme la chiarezza – non c’è né conoscenza profonda né possibilità democratica di agire con competenza ed efficienza.

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