Scienza, la strada per l’uguaglianza di genere è ancora lunga

Per le donne nella scienza esiste ancora oggi non solo il ben noto “soffitto di cristallo” ma anche un vero e proprio “pavimento appiccicoso”, che tende a trattenerle nei settori occupazionali e disciplinari considerati più femminili e ai più bassi livelli della piramide organizzativa.
Barbara Saracino, 08 Luglio 2020
Micron

Le donne sono in numero maggiore tra gli iscritti all’università, tra i laureati e in molti paesi anche tra i dottori di ricerca, ma laureate e specializzate entrano con più difficoltà degli uomini nel mondo del lavoro e, soprattutto, accedono di meno alle professioni legate alla ricerca. Attraverso i dati più recenti, provenienti dalle più autorevoli fonti nazionali e internazionali, è possibile chiaramente identificare ancora oggi due tipi di segregazione di genere che agiscono separatamente, ma anche congiuntamente, nel mondo della scienza: la segregazione orizzontale e quella verticale.

La segregazione di genere si riferisce alla tendenza di donne e uomini a lavorare in differenti settori e livelli occupazionali. Rispetto al campo scientifico, per segregazione orizzontale si intende la concentrazione di donne e uomini in specifiche aree disciplinari e settori di ricerca. La sotto-rappresentazione delle donne nei più alti livelli occupazionali (per reddito, stabilità e prestigio) nel mondo dell’istruzione e della ricerca è invece definita come segregazione verticale e comprende il cosiddetto glass ceiling (soffitto di cristallo): la presenza di barriere visibili o invisibili che ostacolano il raggiungimento delle donne di posizioni apicali.

Nel 2017 la quota di donne laureate e dottoresse di ricerca supera quella degli uomini in tutti e 28 paesi dell’Unione Europea, raggiunge in media il 58% ed è superiore al 60% in dodici paesi. L’Italia si colloca sopra la media europea, al diciassettesimo posto, mentre sotto la media si trovano Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Spagna, Austria, Malta, Irlanda, Lussemburgo e Germania (fig.1). Nello stesso anno, i paesi in cui la percentuale di ricercatrici sul totale supera il 50% è però solo uno: la Lettonia. Venti paesi restano sotto la soglia del 40% e cinque paesi (Francia, Lussemburgo, Germania, Repubblica Ceca e Paesi Bassi) non raggiungono il 30%. Il dato complessivo europeo è pari al 34%. L’Italia si colloca anche in questo caso sopra la media europea, al diciassettesimo posto, anche se la percentuale di ricercatrici è nettamente inferiore rispetto a quella di laureate e dottoresse di ricerca: le prime sono poco più di tre su dieci, mentre le seconde sono ormai quasi sei su dieci (fig. 2).

Fig.1 – I paesi europei con la maggior presenza di laureate e dottoresse di ricerca, percentuale sul totale dei laureati e dottorati di ciascun paese [Fonte: elaborazione su dati EUROSTAT, Graduates by education level, programme orientation, sex and field of education, data.europa.eu, febbraio 2020. Dati riferiti al 2017].

Fig. 2 – I paesi europei con la maggior presenza di ricercatrici donne, percentuale sul totale dei ricercatori di ciascun paese [Fonte: elaborazione su dati EUROSTAT, Share of female researchers by sectors of performance, data.europa.eu, febbraio 2020. Dati riferiti al 2017.]

Distinguendo il dato per settore di attività, diviene evidente che è quello privato il settore in cui le ricercatrici sono più assenti. Nel 2017, nei paesi dell’Unione Europea, le donne che fanno ricerca sono infatti solo poco più di una su cinque nelle imprese, mentre arrivano al 49% nel privato non profit e sono circa il 43% nelle amministrazioni pubbliche e nelle università. In Italia, nel settore del non profit le ricercatrici sono il 53%, nel settore pubblico sono il 48%, nelle università il 41%, mentre nelle imprese raggiungono appena il 21,5%.

Se quello universitario è il terzo settore di attività per presenza di donne ricercatrici in Europa e pure in Italia, qual è nel complesso la quota femminile tra i docenti universitari? Nell’ultimo anno in cui il dato è disponibile, le docenti universitarie sul totale dei docenti sono più della metà solo in quattro paesi dell’Unione Europea: Lituania, Lettonia, Finlandia e Romania. La media europea è pari al 42%; sopra la media si trovano ventuno paesi, mentre in questo caso l’Italia si colloca al terzultimo posto, davanti solo a Malta e Grecia (fig.3). Il ruolo da insegnante sembra per lo più esercitarsi fuori dalle università. Nei paesi dell’Unione Europea la percentuale delle docenti sul totale si riduce al crescere del livello di istruzione. In Italia nel 2017 le insegnanti raggiungono il 96% nella scuola primaria, scendono al 66% nella scuola secondaria superiore e precipitano al 37% nell’università.

Fig. 3 – I paesi europei con più donne docenti universitarie, percentuale sul totale dei docenti di ciascun paese [Fonte: elaborazione su dati EUROSTAT, Female teachers as % of all teachers by education level, data.europa.eu, febbraio 2020. Dati riferiti al 2017 o all’ultimo anno disponibile.]

Negli atenei la disparità di genere tende ad accentuarsi lungo il percorso che conduce alle carriere scientifiche. In Italia esistono al momento cinque posizioni di ruolo: ricercatore a tempo determinato di tipo A e B, ricercatore a tempo indeterminato, professore associato e ordinario. Secondo i dati del Miur, nel 2017 le ricercatrici a tempo indeterminato sono il 48%, le ricercatrici a tempo determinato il 43%, mentre le professoresse associate arrivano al 37,5% e le professoresse ordinarie si fermano al 23%.

Oltre alla segregazione verticale, leggendo i dati riportati disaggregati per disciplina, è possibile anche analizzare la segregazione orizzontale. In Europa e in Italia una marcata segregazione orizzontale esiste sin dagli studi universitari. La socializzazione e i tradizionali stereotipi di genere sono determinanti nella scelta del corso in cui laurearsi. Nonostante una crescente presenza generale delle ragazze nella formazione universitaria, esse rimangono ampiamente sottorappresentate in alcuni settori scientifici. Nei paesi dell’Unione Europea nel 2017 la percentuale di laureate e dottoresse di ricerca in ingegneria, industria e costruzioni è inferiore al 30% e quella nelle ICT (le tecnologie dell’informazione e della comunicazione) è inferiore al 20% (tab.3). Ancora oggi lo squilibrio tra maschi e femmine varia sensibilmente tra corsi di laurea di stampo tecnico e corsi che conducono a lavori di cura, ossia a quelle occupazioni caratterizzate da una forte componente relazionale e altruistica (l’insegnamento, l’assistenza sociale, le professioni mediche, etc.).

Nel 2017 in Europa gli uomini sono notevolmente sottorappresentati nell’area delle scienze dell’educazione e in quella della salute e del welfare; le laureate e le dottoresse di ricerca in queste aree superano la proporzione di sette su dieci. In Italia le differenze appena riscontrate appaiono ancora più marcate: nell’ambito delle scienze dell’educazione le laureate e le dottoresse di ricerca superano il 90%, mentre sono solo il 15% nelle ICT.

La segregazione di genere negli studi prelude a quella nella sfera occupazionale e, infatti, la segregazione orizzontale si ritrova anche nel mondo del lavoro legato alla ricerca. Nel settore universitario nel 2015 le ricercatrici che si occupano di ingegneria o tecnologie superano il 40% solo in Romania. Le donne, invece, sono la maggioranza tra i ricercatori in scienze umane in quattordici paesi – tra cui l’Italia – e tra i ricercatori in scienze mediche in diciassette paesi – ma non nel nostro. Come in molti altri paesi, anche in Italia la percentuale più bassa di ricercatrici si rileva nel settore dell’ingegneria e delle tecnologie (27%), ma la seconda area disciplinare con la minor quota di ricercatrici non è quella delle scienze naturali (43%), bensì quella delle scienze mediche e della salute (37%) (Cfr. Commissione Europea, She Figures 2018).

In diversi ambiti, ma soprattutto nel mondo scientifico, insieme ai fenomeni della segregazione orizzontale e verticale è individuabile anche il cosiddetto sticky floor (pavimento appiccicoso), ovvero l’insieme delle forze che tendono a trattenere le donne nei settori occupazionali e disciplinari considerati femminili e ai più bassi livelli della piramide organizzativa. La segregazione orizzontale e quella verticale si incontrano dentro le carriere accademiche nei vari settori disciplinari. La mancata possibilità delle donne di progredire nelle posizioni senior caratterizza tutti i settori disciplinari, persino quelli dominati dalle donne. Nelle aree delle scienze umane, delle scienze mediche e della salute, i settori più femminilizzati sia tra i laureati sia tra i ricercatori, la presenza delle donne si dirada all’aumentare del livello nella carriera. Nel 2016 in Europea le donne sono solo il 32% tra i professori ordinari che lavorano nelle scienze umane e il 27,5% tra gli ordinari che si occupano di medicina e salute in generale (Cfr. Commissione Europea, She Figures 2018).

Per il dato italiano è possibile scomporre i macrosettori disciplinari e rilevare che nel 2017 la quota di professoresse ordinarie supera il 30% solo in tre aree: scienze dell’antichità filologico-letterarie e artistiche, scienze filosofiche, storiche, pedagogiche e psicologiche e scienze biologiche. È pari al 15% tra gli ordinari nelle scienze mediche inferiore; è inferiore al 15% tra gli ordinari di ingegneria industriale e dell’informazione e scienze fisiche (tab. 2). Nel settore universitario il gender gap tra i ricercatori è oggi più basso di quello tra associati e ordinari in tutte le discipline, ma questa constatazione non deve far supporre che le donne abbiano le stesse opportunità degli uomini di raggiungere il medesimo status accademico.

La situazione appare favorevole per le ricercatrici di oggi, ma il divario di genere continua ad essere rilevante se comparato con la percentuale delle laureate e delle dottoresse di ricerca, ma anche delle donne che lavorano in altri settori occupazionali e in altre professioni altamente qualificate. Se nel 2016 nell’Unione Europea le professoresse ordinarie in totale sono il 24% e le donne a capo di istituzioni di ricerca del settore universitario sono solo il 14%, nello stesso anno nei parlamenti siedono il 28% di donne, le dirigenti di I livello delle pubbliche amministrazioni sono il 35% e la quota di donne raggiunge il 39,5% tra i giudici delle corti supreme. Se nel 2017 in Italia le professoresse ordinarie raggiungono il 23%, in tutti gli altri ambiti professionali la situazione nello stesso anno va meglio: persino nei consigli di amministrazione delle imprese le quota di donne supera quella delle professoresse ordinarie e arriva al 34% (cfr. European Institute for Gender Equality).

La tendenza verso l’uguaglianza di genere nella scienza non può essere data per scontata, almeno nel breve periodo: c’è decisamente ancora molto lavoro da fare.

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