Scuola: alla ricerca di una nuova grammatica della fantasia

Viviamo nell’era dei computer, di internet, degli iPhone, dei touch screen. È un cambiamento epocale. I nostri ragazzi apprendono in mille modalità diverse. Da infinite fonti. Può la scuola continuare a trasmettere la conoscenza come se essa fosse l’unica fonte e il suo l’unico modo di trasmettere il sapere?
Pietro Greco, 22 Marzo 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

Nel 1962 il più grande scrittore per l’infanzia italiano del XX secolo, Gianni Rodari, pubblica Il pianeta degli alberi di Natale. Il racconto è ambientato nello spazio e non più nell’orto, come era avvenuto fino ad allora, e ha per protagonisti persone che si muovono per pianeti e non Cipollino e Pomodorino, ovvero ortaggi antropomorfizzati. Rodari spiega i motivi del cambiamento. Il mondo è cambiato: «Scrivo per i ragazzi di oggi, astronauti di domani». Ragazzi che vivono e apprendono, dirà nel 1973, in un universo tecnologico e, quindi, cognitivo affatto diverso da quello conosciuto solo pochi decenni prima dai loro padri e molti decenni prima dai padri dei loro padri. In questo nuovo universo tecnologico e, quindi, cognitivo, una nuova scuola, un nuovo metodo d’insegnamento. Occorre, scriverà nel 1973, una “nuova grammatica della fantasia”.
Più di mezzo secolo dopo l’universo cognitivo e i suoi abitanti sono ancora una volta cambiati. A volare nello spazio non sono (solo) razzi e satelliti artificiali, ma informazioni. Una rete virtuale connette tutti con tutti. Sono cambiati i ragazzi, ormai tutti millenians e, dunque, nativi digitali. Deve necessariamente cambiare la scuola. Viviamo nell’era dei computer, di internet, degli iPhone, dei touch screen. È un cambiamento epocale. I nostri ragazzi apprendono in mille modalità diverse. Da infinite fonti. Può la scuola continuare a trasmettere il sapere come se lei fosse l’unica fonte e il suo l’unico modo di trasmettere il sapere?
Già, ma come deve essere la scuola per i nativi digitali, cybernauti del presente? È da tempo che le scuole di pedagogia si pongono queste domande. Inutile dire che non abbiamo risposte definitive. Nessuno ne ha. Perché si tratta di cambiare un modo di insegnare antico, vecchio – a ben vedere – di almeno tre millenni. Un metodo lineare fondato su due trasmittenti, un mezzo, due canali, e un ricevente. Le due trasmittenti sono il maestro e il libro. Il mezzo è la parola. I canali sono la parola orale (quella del maestro) e la parola scritta (quella del libro). Non a caso, infatti, gli esami si dividono ancora in orali e scritti. Quanto al ricevente unico, beh è fin troppo chiaro: lo studente. Sia esso delle elementari, delle medie inferiori o delle medie superiori. La trasmissione ha una sola direzione: da chi sa a chi non sa. Una direzione che gli inglesi definiscono, in maniera molto efficace, top-down: dall’alto in basso. Dove l’alto sono le vette del maestro e del libro. E il basso è lo studente. Dove il termine e il singolare non sono scelti a caso. Perché la trasmissione del sapere a scuola da qualche millennio non è personalizzata (tranne per pochi fortunati che in epoche passate potevano permettersi un tutor a domicilio), ma è sostanzialmente uguale per tutti, come se tanti ragazzi con intelligenze, interessi, creatività, bisogni, speranze diversi fossero un solo ragazzo. Lo studente, appunto.
Intendiamoci, questo tipo di scuola ha funzionato bene. D’altra parte non sarebbe durata tanto se non avesse avuto una base solida. E solide giustificazioni. Ma tutto questo ora non funziona più. È cambiato l’ambiente cognitivo. Sono cambiati, di conseguenza, i ragazzi. Deve cambiare l’insegnamento. La scuola deve essere, letteralmente, ri-creata. Già, ma come? Lo abbiamo detto. Nessuno ha una risposta a una simile domanda, di portata epocale. Tutto sommato pochi, vista la posta in gioco del problema. si cimentano nell’impresa di cercarla una risposta. Qualcuno qualche idea inizia ad averla.

UNA SCUOLA DI QUALITÀ PER TUTTI
Piuttosto interessanti, per esempio, sono quelle espresse qualche tempo fa da Luigi Berlinguer, un giovane ottantacinquenne, storico del diritto, con esperienze da rettore, deputato e Ministro dell’Istruzione oltre che dell’Università e della Ricerca, che ha pubblicato non molto tempo fa un libro cui non a caso ha dato il titolo di: Ri-creazione. Con un’aggiunta che è già una spiegazione: Una scuola di qualità per tutti e per ciascuno. Sono tre indicazioni di ampio respiro che, a ben vedere, pongono il problema del rapporto tra scuola e società, tra modernità e democrazia, quattro secoli dopo che il moravo Jan Amos Komenskẏ, più conosciuto come Comenio, ha indicato nella scuola di massa e nell’educazione per tutti la nuova frontiera della modernità e la pasta stessa della democrazia, perché è attraverso la scuola che tutte le persone possono migliorare la propria condizione intellettuale e sociale.
Il tema della qualità per tutti e per ciascuno delinea il nuovo rapporto non solo tra scuola, ma tra conoscenza e società. Un rapporto oggi diventato così forte, così intimo, così interpenetrato, da indurre molti sociologi a definire la nostra come “la società della conoscenza”. E da pretendere sia dalla scuola che dalla società di ripensare se stesse. Di ri-creare se stesse, appunto. E di ripensare (di ri-creare) la democrazia, riconoscendo che oggi la conoscenza è un potente (il più potente) fattore di inclusione o di esclusione sociale. Da sempre la conoscenza ha un peso nella vita dei singoli e dell’intera società. D’altra parte non è un caso che, non senza un pizzico di presunzione, noi umani abbiamo definito sapiens la nostra specie. E abbiamo definito habilis – e abile in cosa, se non nell’applicare con sistematicità la propria capacità di acquisire nuova conoscenza? – la specie cui attribuiamo l’inaugurazione del nostro genere, Homo.
Oggi, tuttavia, il nostro rapporto con il sapere è cambiato. Perché la produzione incessante di nuova conoscenza è diventato il primum movens, il motore primo, della dinamica sociale e dell’economia. La nostra società si definisce “della conoscenza” perché l’economia è sempre più fondata sulla “produzione di nuova conoscenza”. Non è semplice tradurre in cifre questa affermazione. I minimalisti sostengono che il 30% della ricchezza oggi prodotta al mondo è “economia della conoscenza”. Ma alcuni sostengono che è lecito persino raddoppiare la percentuale: i due terzi dell’intera economia mondiale sarebbe fondata sulla produzione e/o trasmissione e/o applicazione di conoscenza. Alcuni consulenti dell’Amministrazione degli Stati Uniti d’America sostengono che l’80% della nuova ricchezza generata nel Paese dal dopoguerra a oggi è frutto dell’innovazione tecnologica figlia della ricerca scientifica. Ovvero della produzione di nuova conoscenza intorno al mondo naturale.
Ma non stiamo a sottilizzare sulle cifre. Una cosa è certa: la conoscenza è la cifra della nostra epoca. Come i razzi erano quella dell’epoca di Gianni Rodari. Mai un numero così alto di persone nel mondo ha avuto 15/20 anni di studio alle spalle. Mai un così alto numero di giovani (oltre il 40% in area OCSE) ha avuto una laurea. Mai un così alto numero di persone ha continuato ad apprendere per tutta la vita (long life learning) come oggi. Ma, come abbiamo detto, la nostra epoca è segnata anche dalla tecnologia (il che non è casuale). Nuovi strumenti tecnologi consentono l’accesso a e l’uso creativo di una quantità di informazione e di conoscenza (ebbene sì, anche di conoscenza) che non ha precedenti nella storia. Ed è una conoscenza che si sviluppa con una modalità a rete: la rete di computer, la rete della telefonia mobile, le reti radiotelevisive, la rete delle reti. Tutti (o quasi) siamo connessi con tutti (o quasi). E poiché la conoscenza è un bene strano – più persone la usano, più cresce – mai il mondo ha avuto una conoscenza collettiva così grande ed estesa. Gianni Rodari coglieva un elemento essenziale degli anni ’60 del secolo scorso quando sosteneva: noi adulti ormai scriviamo per i ragazzi di oggi, astronauti di domani. Per questa abbiamo bisogno di una nuova grammatica della fantasia. Parafrasando Rodari, noi adulti “comunichiamo con i ragazzi di oggi, cybernauti di oggi”. I ragazzi di oggi vivono in un universo cognitivo largamente inesplorato e affatto diverso da quello non solo di noi genitori, ma anche dei loro fratelli maggiori. È chiaro quindi che noi, immigrati digitali, dobbiamo riscrivere daccapo – ri-creare, appunto – la nostra grammatica della fantasia, se vogliamo comunicare e se vogliamo contribuire all’apprendimento efficace dei ragazzi di oggi, tutti nativi digitali.
In questa opera di ri-creazione la scuola deve accettare e vincere due sfide. Diverse e in apparenza persino antitetiche. Una è la sfida della quantità. Occorre fare in modo che molti, tendenzialmente tutti devono poter compiere 15/20 anni di studi. Non a caso l’Europa si è posta come obiettivo che almeno il 40% dei suoi giovani tra i 25 e i 34 anni abbia una laurea. Ma alcuni paesi sfiorano il 60%. Uno, la Corea del Sud, il 70%. Fra trent’anni in Corea i due terzi delle persone in età da lavoro avranno una laurea. Non è possibile, non è democratico che in Italia solo il 23 o al massimo il 24% dei giovani giunga ad avere una laurea. Stiamo accettando troppo passivamente, nel nostro Paese, che i nostri figli siano tra i poveri, dal punto di vista cognitivo, del mondo. Ma non basta. La sfida quantitativa impone che molti, tendenzialmente tutti, continuino ad apprendere per tutta la vita. Il long life learning è ormai considerato non solo un diritto di ciascuno, ma anche un bene comune. Una ricchezza cui nessuna nazione moderna può rinunciare, pena la sua stessa marginalizzazione culturale ed economica.

LA SCUOLA DEVE INSEGNARE COME SI APPRENDE
La seconda sfida è quella della qualità. Occorre “una scuola per ciascuno”. Ovvero, abbandonare l’idea che si possa trasmettere, con il classico approccio top-down, un sapere uguale per tutti. Occorre invece acquisire l’idea – ecco la nuova grammatica della fantasia – che ciascuno studente o, per dirla con il sociologo francese Alain Touraine, ogni “soggetto individuale” compartecipi con spirito critico e creatività alla sua stessa formazione, secondo un percorso personalizzato che si modella sull’intelligenza, l’interesse, la creatività, i bisogni, le speranze, la storia di ciascuno. La scuola deve essere in grado di trovare le strade giusta per allenare lo scrittore e/o il matematico, il pittore e/o il fisico, il filosofo e/o il chimico, il fotografo e/o il biologo, l’attore e il regista e/o il medico, il musicista e/o il neuroscienziato che è in un ragazzo. Accettare e vincere le due sfide per la scuola significa ri-creare se stessa e proporsi come “scuola del soggetto”, in grado di perseguire l’uguaglianza nella diversità.
Ciò costituisce un inedito cambio di paradigma. Perché significa che, nell’era dei nativi digitali e della conoscenza che si trasferisce mediante reti con un’infinità di nodi, la scuola non deve cercare di trasmettere la conoscenza, di cui non ha più il monopolio, ma deve insegnare a ciascuno come si apprende: cioè come si acquisisce e, magari, si produce conoscenza. Non è né facile né scontato. Non lo è per gli studenti, perché richiede (impone) loro di diventare attori del proprio destino culturale. Ma non è neppure impossibile. Perché la sfida richiede di apprendere ri-creandosi, in una dimensione, dunque, che è prima di tutto piacere. Ma non è facile né scontato neppure per i docenti, perché chiede loro di trasformarsi da “agente che trasmette” a “guida che connette”. E tuttavia non è impossibile. Perché anche i docenti, nel nuovo ambiente informatico, stanno imparando a ri-creare il loro sapere. A vivere in un universo cognitivo fatto appunto di connessioni a rete e non più di singoli canali lineari.
Quella che proponiamo è certamente una visione illuminista, che guarda con ottimismo alle opportunità cui spalancano le nuove tecnologie. Ma, altrettanto certamente, è quella di un illuminista realista. Perché riconosce che, così com’è strutturata, la scuola, di ogni ordine è grado, ancorché in maniera molto diversificata, è in mezzo al guado.
Mancano le risorse. In Italia la scuola è stata sottoposta a tagli molto pesanti: i tagli più pesanti, incredibile a dirsi, riservati da vari governi negli ultimi anni alla pubblica amministrazione: il doppio, rispetto alla media. Ma la scuola è in mezzo al guado anche e soprattutto perché è vecchia. Anche fisicamente. Il mondo intorno alle aule scolastiche è quello del XXI secolo. Ma le aule – metaforicamente e non solo – sono ancora quelle del XIX secolo.
Eppure non partiamo da zero. Abbiamo una tradizione importante di pensiero pedagogico che spalanca sul futuro. Magari ci siamo dimenticati di loro, ma non è un caso se il nostro Paese ha dato i natali a gente come Maria Montessori e don Lorenzo Milani, teorici e pionieri della scuola partecipata e personalizzata. Non è un caso che ha dato i natali a Gianni Rodari, teorico e pioniere della ri-creazione (nel suo duplice senso) continua dell’apprendimento. Non è un caso che ha dato i natali a Emma Castelnuovo, la matematica recentemente scomparsa che ha cercato strade nuove per insegnare la scienza dei numeri. E il pensiero scientifico come pensiero critico.
Queste tradizioni non si sono esaurite. Ancora oggi nella scuola italiana ci sono energie vitali. Anche oggi la scuola italiana ha, al suo interno, le risorse umane per accettare e cercare di vincere le sfide dei tempi, perseguendo non un apprendimento fine a se stesso, non la semplice acquisizione di conoscenze e di nozioni, ma un tipo di apprendimento per competenze. Michel de Montaigne, già nel Seicento, diceva: «Noi teniamo in serbo le opinioni e la scienza altrui, e questo è tutto. Bisogna farle nostre. A cosa ci serve la pancia piena di cibo, se non lo digeriamo? Se esso non si trasforma in noi? Se non ci fa crescere e non ci rende più forti?». In queste parole c’è il programma per uscire dalla contingenza e dalle politiche di bilancio e per costruire, fisicamente e metaforicamente, nuove aule. Aule spalancate a tutti: è la sfida della democrazia nella società della conoscenza. Ma anche aule in cui tutti, ciascuno secondo il proprio metabolismo, possono trovare e digerire il cibo della mente, trasformando i contenuti di sapere e di conoscenza in esperienze di costruzione d’identità, di elaborazione di progetti individuali, di capacità di adattarsi a un mondo che cambia e continuamente offre situazioni sempre nuove.
Difficile? Certo. Perché si tratta di una sfida epocale. Utopico? No. Perché si può trasformare in un grande programma politico. In cui i “soggetti individuali” ciascuno con i suoi bisogni e le sua capacità sono chiamati finalmente a costruire un nuovo collettivo: la società democratica della conoscenza.

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