#SfidaAccettata: l’effetto gregge colpisce ancora

Negli ultimi giorni siamo stati travolti dall’ondata di fotografie, ritraenti l’adolescenza di amici, accompagnate dall’hashtag #SfidaAccettata. L'obiettivo della “campagna” era quello di supportare la lotta contro il cancro. Ma anche questa volta una campagna virale, che aveva lo scopo di portare consapevolezza su un problema sanitario o sociale, si è trasformata in un volano per alimentare il florido mercato delle fake news.
Valentina Spasaro, 16 Marzo 2017
Micron
Micron
Comunicazione e new media

Il pioniere della sociobiologia Bill Hamilton nella sua opera Geometria del gregge egoista spiega come il gregge in realtà non è esattamente coordinato: la vicinanza dei membri è un’attività egoistica che porta il singolo a stare nel mezzo con l’intento di evitare attacchi dai predatori. L’articolazione di questo fenomeno, dunque, riserva risvolti non scontati e piuttosto affascinanti.
Un recente studio italo-tedesco a cui ha partecipato l’Istituto per le applicazioni del calcolo del Consiglio nazionale delle ricerche (Iac-Cnr) di Roma, ha rilevato che tale condotta può essere utilizzata per dirigere i movimenti di una folla. Come spiega in un’intervista Emiliano Cristiani dell’Iac-Cnr: “Si tratta di un comportamento che si manifesta in animali sociali, come oche, scarafaggi e, naturalmente, pecore, che porta a muoversi seguendo i compagni vicini, indipendentemente dalla loro destinazione. In matematica, un gregge è un esempio di sistema auto-organizzante, un gruppo composto da un numero elevato di ‘agenti’ che seguono regole semplici e in cui le dinamiche individuali sono influenzate da quelle degli agenti più prossimi”.
Cosa succede se gli ‘agenti’ che muovono i flussi della transumanza in realtà sono magneti capaci di mandare in tilt l’ago della bussola?
Negli ultimi giorni siamo stati travolti dall’ondata di fotografie, ritraenti l’adolescenza di amici e followers, accompagnate dall’hashtag#SfidaAccettata. Una moderna catena di Sant’Antonio diffusasi velocemente in Europa e dalle origini ancora piuttosto oscure: alcuni sostengono sia partita dalla Spagna, altri da territori anglosassoni, ma in sostanza lo scopo della “campagna” era quello di supportare la lotta contro il cancro. Originariamente l’hashtag, all’anagrafe #ChallengeAccepted, come chiarito dal Mirror, è stato associato a foto in bianco e nero senza una didascalia precisa ma con l’intento di coinvolgere chiunque mettesse un like all’immagine postata o venisse su essa ‘taggato’. Il fraintendimento della campagna se da un lato è dovuto certamente alle poche e criptiche informazioni con cui è stata veicolata, dall’altro, l’effetto-gregge, mosso da un’abbondante dose di narcisismo, è stato così travolgente da far perdere completamente il senso della catena. In Italia, per esempio, l’iniziativa è stata così travisata che oltre a essere state postate foto a colori e totalmente off topic è stata generata una contro-ondata di “haters” che hanno sbeffeggiato l’effetto-gregge creandone un altro sul fronte della satira e dell’ironia.
A questo punto una domanda sorge spontanea: dove cade il limite tra viralizzazione “sana” dei contenuti e fake news?
Quando una campagna diventa un fenomeno di così vasta gittata e le sue degenerazioni provocano un tragico “spargimento di sangue”  per la preservazione della verità come si può disinnescare la parte falsa e strillona dell’andamento pubblicitario e rendere la diffusione salubre e non conflittuale?
Il passaggio dall’essere ‘un elemento molto condiviso’ alla sua trasformazione in fake è dunque come il gioco infantile del ‘passaparola’ dove il messaggio giunge all’ultimo destinatario diversamente da come era stata formulato: questo è ciò che accade con il content sharing messo in atto in modo scorretto, come il caso di #SfidaAccettata, con la conseguenza di crescere sino a cambiare la propria pelle in fake.
Per cominciare ad arginare il fenomeno è sceso in campo anche Facebook che, come dichiarato dal suo vicepresidente AdamMosseri, ha schierato una strategia basata su alcuni stepfondamentali: la creazione di un nuovo tasto con cui gli utenti andranno a notificare direttamente all’azienda la notizia ritenuta falsa; in caso di situazioni con molte segnalazioni l’analisi sarà coadiuvata, inizialmente solo per gli USA, dal lavoro di alcuni siti di fact-checking come Snopes o Facktcheck.org; una volta ritenuta falsa la notizia perderà posizioni nel news feed e il social la etichetterà come “disputed”, contestata, linkando le motivazioni dell’esilio. Anche se “segnalato” il contenuto comunque non sarà rimosso dal socialcosì da evitare ogni involuzione dell’attività di analisi in censura.
Nonostante questi tools di Facebook siano parte dell’attività di contrasto alle notizie false comunque non sono ancora sufficienti. Uno studio del Pew Research Center, autorità nel campo della raccolta dei dati relativi al rapporto con la tecnologia, ci spiega come su un campione di oltre mille statunitensi una persona su 4 ha consapevolmente condiviso, almeno una volta, una fake news.
C’è molta strada da fare, soprattutto per contrastare la diffusione di bufale in campo scientifico che ogni giorno circolano in rete e sui social.
Come ha spiegato Dominique Brossard, dell’università del Wisconsin di Madison, al recente convegno dell’Associazione Americana per l’Avanzamento delle Scienze ci sono tre possibili strade che portano ad arginare questo fenomeno. I ricercatori devono prendersi la responsabilità di comunicare la scienza, rendendosi disponibili a parlarne e lavorarci con i giornalisti, per aiutarli a spiegare e contestualizzare il loro lavoro, e vanno formati a parlare dei loro risultati.
Altro punto importante, secondo Brossard, è che agenzie e istituzioni dovrebbero impegnarsi di più sul ”controllo di qualità o del marchio”, monitorando le notizie nel mondo in cui si parla del loro lavoro, e agire quando gli studi sono interpretati male. Infine, Google e gli altri motori di ricerca dovrebbero rimuovere dai motori di ricerca gli studi che sono stati ritirati.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

uno × 4 =

    X