Storie in via di estinzione

Kiribati è un arcipelago del Pacifico formato da una miriade di piccole isole. Da almeno due secoli fa parlare di sé sui manuali di economia, di economia ecologica e di climatologia perché....  Ne abbiamo parlato con Alice Piciocchi, co-autrice insieme ad Andrea Angeli di “Kiribati, cronache illustrate da una terra (s)perduta".
Irene Sciurpa, 03 Luglio 2020
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Filosofia / Diritti umani

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“Puntini in mezzo al blu, ai margini della cartina del mondo. Un posto remoto che nasconde storie in via di estinzione”. Queste sono le righe iniziali scritte da Alice Piciocchi, co-autrice insieme ad Andrea Angeli di “Kiribati, cronache illustrate da una terra (s)perduta”, un libro che vuole lasciare una traccia perché forse quelle storie un giorno non esisteranno più.

Kiribati sarà infatti secondo le previsioni di esperti e scienziati, il primo paese al mondo a scomparire a causa del cambiamento climatico. Questa piccola reppublica conta 33 atolli corallini e diverse isolette, il punto più alto è di 3 metri sopra il livello del mare. L’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) ha stimato che prima della fine di questo secolo il livello del mare salirà di un metro, una previsione che renderebbe l’arcipelago non più adatto alla vita.

L’ex Presidente del paese, Anote Tong, data la minaccia dell’innalzamento dell’oceano, nel 2015 aveva escogitato un piano B, una migrazione di massa in un terreno distante 3000 chilometri alle Fiji, terreno di proprietà della Chiesa Anglicana. Così Alice ed Andrea, incuriositi da questa storia, partono dall’Italia per poter raccontare da vicino la prima migrazione di massa causata dal climate change.
Ma arrivati lì non trovano un paese in emergenza, nessuno con le valige in mano. Anzi, la vita continua, scandita dalle maree e dal ciclo del sole. Nessuno è in procinto di partire e non vi è neanche l’urgenza di inserire nel proprio vocabolario una parola per indicare la catastrofe alle porte. Una situazione inattesa che cambia il viaggio di Alice ed Andrea.
Il loro racconto diventa così un prezioso diario per raccontare quella terra, le sue tradizioni e le sue contraddizioni. In poco più di 100 pagine, i due ragazzi ci portano lì: ci fanno assaggiare i piatti, ammirare danze, scavare nella mente e nella cultura degli abitanti di Kiribati. Cento pagine preziose che diventano memoria collettiva, che toccherà anche a noi proteggere.

Alice, “Kiribati, cronache illustrate da una terra (s)perduta” è un libro meraviglioso, che però non era il vostro progetto iniziale pre-partenza, proprio perché vi aspettavate una realtà pronta all’emigrazione e invece…   
E invece tutti continuavano a fare la loro vita, pensano che il cambiamento climatico sia una specie di complotto… considera che non vi è una parola nella loro lingua per indicare il fenomeno, per loro significa: “il tempo che cambia per molto tempo”, ma questo è un concetto molto relativo.

Qual è stata la prima cosa che vi ha fatto capire che il tema del cambiamento climatico era inesistente nella mente della comunità?
Prima di arrivare a Kiribati siamo stati un mese e mezzo in Australia dove abbiamo messo a punto l’organizzazione del viaggio. Tramite Linkedin siamo riusciti a trovare un signore che viveva a Tarawa Sud, nella capitale del Paese. Non aveva l’acqua corrente ma aveva Linkedin, una cosa di per sé simbolica di questa modernità che entra nella vita delle persone. Questo signore aveva a disposizione per noi una casetta e così si offrì di ospitarci. Il giorno in cui siamo arrivati lì abbiamo però scoperto che la casetta era fatta solo di mura ma non c’era nulla al suo interno, neanche un letto dove poter dormire. Il giorno seguente ci siamo dovuti spostare dalle suore ma si pagava moltissimo e inoltre il nostro amico voleva far fede alla sua promessa. Così, all’interno di quella piccola casetta, hanno costruito in pochi giorni un letto gigante, che credo non riusciranno mai a far uscire dalla porta. Oltre a questo signore eravamo poi riusciti a metterci in contatto con un’associazione che lottava contro il cambiamento climatico e ci avevamo così invitato a partecipare ad una tavola rotonda per organizzare insieme un’azione simbolica in modo da sensibilizzare la comunità sul tema. Il giorno dopo il nostro arrivo a Tarawa Sud siamo andati a questo incontro… la proposta che ha raccolto più consensi tra gli attivisti del luogo è stata quella di raccogliere la plastica, scrivere con la plastica SOS sulla spiaggia per poi fotografarla dall’alto. In quel momento ci siamo resi conto che erano indietro anni luce sul tema della tutela ambientale.  La manifestazione era quasi una festa, un’occasione per socializzare. Organizzarono poi uno spettacolo dove il cambiamento climatico era personificato, era diventato un personaggio divertente provocando infatti una marea di risate tra gli spettatori. Questo anche se lì il cambiamento climatico è tangibile e rappresenta una minaccia reale, concreta e presente per tutta la popolazione. Gli attivisti portano avanti il concetto in modo molto naif. Anche quando vengono invitati altrove, fuori da quei confini, per presentare la vita su Kiribati e come questa è minacciata dal climate change, tutto si riduce al solito balletto con la corona e i fiori, ma Kiribati non è solo questo.

Vi è una differenza tra vecchie e nuove generazioni riguardo il tema del cambiamento climatico?
Quella di non avere nessuna consapevolezza o sensibilità sul tema è una cosa che accomuna tutte le generazioni della Repubblica. In realtà è ancora più difficile comunicare con i giovani perché loro non parlano inglese, al contrario dei loro genitori che invece lo sanno data la colonizzazione dello scorso secolo. In questi casi l’inglese può essere anche l’unica possibilità di connettersi col mondo esterno, di informarsi, di cambiare.

Per come è stata descritta dal libro Tarawa Sud, la capitale, si distanzia molto dall’idea di isoletta “selvaggia” che molti di noi hanno in mente quando pensano agli arcipelaghi del pacifico. Quali peccati delle grandi città avete potuto ritrovare in termini di impatto ambientale?
Una densità di popolazione altissima, devi immaginarti una grande favelas diffusa, super inquinata. Quando noi eravamo lì ancora non vi erano strade asfaltate e dalla strada si innalzava sempre tantissima polvere. Dato che era impossibile spostarsi col bus una coppia di australiani ci aveva prestato un motorino, i nostri capelli e la barba di Andrea diventavano sempre tutti bianchi. Si faceva fatica a respirare e vi era plastica ovunque. Per loro la plastica è uno status symbol, l’incarto di plastica lo lasciano in mostra nella nel loro terreno per far vedere agli altri abitanti che loro possono permettersi di vivere come “un occidentale”. È stato difficile per noi spiegare alla famiglia dove vivevamo che quella plastica andava raccolta, non riuscivano a capire perché avrebbero dovuto toglierla da lì. Inoltre, non vi è, a Tarawa, un sistema fognario adeguato, la gente ancora defeca in mare e non c’è nessuna volontà di porre fine a questa pratica, causa di inquinamento, malattie e infezioni per tutta la comunità. Mi capitava spesso di vedere persone insieme in acqua mentre stavano facendo i loro bisogni, distanziati certo, ma usavano quel momento anche per fare due chiacchiere. Nella loro lingua la parola andare in bagno non esiste, ma si traduce con “andare in mare”.  Così a Tarawa Sud non sono mai riuscita a farmi un bagno.

Come è vista la modernità dagli abitanti del luogo e come essa si incontra, o scontra, con la tradizione?
Noi eravamo nel bel mezzo di un cambiamento, stavano costruendo nuove infrastrutture, una contraddizione forte con l’idea che tra pochi decenni dovranno abbandonare quella terra. La Nuova Zelanda sta investendo molto in questo senso, attualmente stanno asfaltando e ricostruendo molte strade. Quando eravamo lì vi era solo una debolissima rete telefonica. Mi ricordo che per fare un’intervista a Radio Due abbiamo dovuto prendere il motorino di notte – dato il fuso-orario – e andare a cercare per Tarawa un’antenna così da avere segnale. Ora non è più così, stanno investendo anche nella rete internet ed è più facile comunicare. Ma molti sono disorientati da questi cambiamenti repentini. E anche il fatto che a volte è più facile trovare una bottiglietta di Coca-Cola rispetto all’acqua potabile la dice lunga su questa storia.

Le donne sono protagoniste in molte storie del libro, storie che mettono in mostra una condizione difficile, un ruolo ben definito. Una condizione impregnata di tabù da rispettare, di tradizioni da mantenere. 
Mentre eravamo a Tarawa, ho stretto una forte amicizia con la mamma della famiglia che ci ospitava, lei era una mia coetanea ma a trent’anni aveva già cinque figli. Abbiamo parlato molto del concetto di famiglia, del ruolo della donna, sul fatto di continuare a “figliare” continuamente, era molto curiosa su come “funzionava” nel mio mondo. Ma non appena arrivava il marito anche lei si chiudeva in un mutismo totale.  Lei è quella donna di cui racconto nell’aneddoto della scala mobile. In tutta Kiribati all’epoca vi era solo una scala mobile all’interno di un centro commerciale. Lei non aveva mai avuto il coraggio di salirci. Avere coraggio era considerata una cosa da maschio, che lei non osava provare. Insieme ce l’abbiamo fatta e lei era felicissima di essere riuscita ad “osare”. Inoltre, la violenza sulle donne a Kiribati è una cosa sistematica, troppo spesso non denunciata. Sull’isola circa il 30 % delle donne ha confessato di essere stata stuprata. Si sposano ancora giovanissime e hanno un ruolo ben preciso nella società.  Anche il loro concetto di famiglia allargata a volte rappresenta un alto rischio per le ragazze della famiglia. Poco tempo fa la mamma della famiglia dove stavamo ci ha chiamato per dirci che avevano scoperto che la figlia, una bambina di 10 anni, era vittima di abusi da parte dello zio. Dopo anni la bambina è riuscita a parlare e l’uomo è stato allontano dalla famiglia. La bambina per fortuna è riuscita a raccontarlo ma non accade sempre così.

Credi possibile un’emancipazione femminile sull’isola? Hai scorto qualche segnale? 
Sicuramente, il processo di occidentalizzazione, anche se ha molti risvolti negativi, porterà un cambiamento nella condizione della donna. Renderà loro più consapevoli, anche tramite il contatto con donne che vengono da altri paesi.  Rispetto all’idea famiglia i codici cambieranno, stanno già cambiando e noi vorremmo ritornare per toccare con mano questi cambiamenti.

È molto bella la riflessione riportata nel libro, fatta da quel signore che era stato marinaio fuori dalla repubblica di Kiribati per molti anni che vi disse “Qui la vita è facile”. Ma lo è veramente?
Vedi, devi considerare che c’è una grossa differenza tra Tarawa e le altre isole: nelle altre isole la vita è molto semplice, gira tutto intorno nel procurarsi il cibo e nello stare insieme alla propria famiglia allargata. Una vita scandita dal ritmo delle maree. A Tarawa invece la loro identità e il loro ritmo tradizionale va a cozzare con questa forte accelerazione che non sanno come gestire.
E ovviamente il concetto di “facilità” dipende molto anche dal sapere o no cosa c’è fuori da quel mondo. È emblematico l’episodio delle mestruazioni che racconto nel libro di quando un pezzo di cotone sporco di sangue mestruale venne rubato da un granchietto prima che lo potessi bruciare scatenando la paura delle persone, per cui abbiamo dovuto fare un dono a Kaobunang, spirito protettore dell’isola, per placare la sua ira e ristabilire l’equilibro delle cose. Questo dimostra che alcuni aspetti della vita sono tutt’altro che semplici. Si, per considerare questo “facile” è necessario restare isolati dal resto del mondo.

L’ultimo capitolo si chiama “Arca di Noè”. In quella storia voi chiedete ai ragazzi della scuola di Kiribati di scegliere cosa mettere al riparo nell’arca.  Ecco, vorrei fare a te la stessa domanda
Salverei questo concetto di famiglia allargata, per molti aspetti è un grosso valore. Noi, ad esempio, siamo stati accolti in una maniera pazzesca, ancora le relazioni sono vive con queste persone, siamo sempre rimasti in contatto. Ridono tantissimo nonostante le ombre di cui abbiamo parlato. Uno di loro, addirittura ci è venuto a trovare a Milano…quindi salverei i legami perché abbiamo trovato persone veramente autentiche.
Con Andrea, che dopo quel viaggio è diventato il mio compagno, vorremmo tornare a Kiribati quando i nostri bambini saranno più grandi, il primo lo abbiamo chiamato Noè, proprio per quell’avventura.

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