Suggestioni urbane

La lettura che l’urbanista fa della città andrebbe fatta, in principio, camminando, prima ancora che in astratto alla maniera di Icaro, che guarda il mondo col punto di vista prospettico situato in volo.
Irene Sartoretti, 01 Novembre 2015
Micron
Micron
Architetta e sociologa

Lo spazio andrebbe letto innanzitutto con i cinque sensi, alla maniera di Dedalo, che percorre i labirinti urbani, senza sottrarsi ai loro intrecci (De Certeau, 1980). Il camminare restituisce ai sensi, fra le altre, alcune importanti immagini urbane. Qui ne consideriamo quattro. Si tratta di immagini che nella realtà non si ritrovano spesso in modo così esatto e ideale. Le si ritrova in copresenza, variamente mescolate o alternate in modo più o meno fluido. Sono quindi delle immagini che scaturiscono dall’accentuazione di determinati caratteri significativi e che possono essere usate da schema interpretativo.

QUATTRO IMMAGINI DI CITTÀ
Un primo tipo di immagine urbana in cui ci si può imbattere camminando è quella definita dai grandi scorci prospettici. Si tratta di scorci intenzionalmente progettati, tenendo conto di precise geometrie e definiti da assi visuali, che in modo sapientemente calcolato incorniciano i grandi temi collettivi: i palazzi che rappresentano il potere politico, economico e religioso, i luoghi culturali, come i teatri e le biblioteche, e gli altri spazi pubblici, come i giardini e le passeggiate.
La storia, da quella più antica a quella più recente, offre esempi in abbondanza, molti dei quali si impongono con la forza dell’evidenza. Sono esempi che, pur nella loro diversità e anche nelle versioni più recenti, seguono spesso la stessa logica delle famose città ideali dipinte: la Tavola di Urbino, la Tavola di Berlino e la Tavola di Baltimora.
La forma urbana e, con essa, la disposizione degli edifici sono cioè concepite sin da principio in modo da ottenere complessivamente un carattere scenografico spiccato.
Un secondo tipo di immagine urbana in cui ci si può imbattere camminando è quello che si potrebbe definire, con Walter Benjamin, poroso (1963, p.6). È il tipo di immagine urbana che, per esempio, si trova in modo particolarmente spiccato in molte città e molti paesi del mondo mediterraneo, dove nessuna situazione spaziale sembra dichiarare il suo «così è e non diversamente». Sono talvolta immagini urbane in cui le costruzioni seguono l’andatura del terreno, più che i tracciati geometrici, disegnando percorsi tortuosi. Non solo.
Questo tipo di immagine urbana si caratterizza, nelle parole di Benjamin, per una confusione fra gli spazi di scena, definiti dai grandi temi collettivi, e quelli di retroscena, definiti dal tessuto minuto e spesso anche povero delle piccole attività private e delle abitazioni. La descrizione che Benjamin fa del centro storico di Napoli è particolarmente esemplificativa: «Per orientarsi nessuno usa i numeri civici. I punti di riferimento sono dati da negozi, fontane, chiese, ma neanche questi sono sempre chiari. Infatti la tipica chiesa napoletana non campeggia su una grande piazza, ben visibile e con tanto di edifici trasversali, coro e cupola. Essa è nascosta e incassata; le alte cupole spesso si possono vedere solo da pochi punti ma anche in questi casi è difficile raggiungerle, impossibile distinguere la massa della chiesa da quella degli edifici attigui». (1963, p.7).
Per Benjamin lo spazio poroso è caratterizzato anche dal fatto che in esso vita pubblica e vita privata sconfinano l’una nell’altra. Il mondo domestico estende le sue propaggini fin nello spazio pubblico, dove prevale l’improvvisazione, così come in maniera chiassosa la strada penetra fin nelle case.
Tutto è simultaneamente ribalta e retroscena. Ci si infila in un vicolo dimesso e si scopre il tesoro barocco e inaspettato di una chiesa.
Anche nella sua versione contemporanea, lo spazio poroso è quello che, per la sua conformazione, si presta particolarmente a essere teatro di circostanze impreviste (Secchi 2000).
Un’altra immagine urbana che si può incontrare è quella la cui logica compositiva, agli occhi di chi la guarda, sembra fatta per frammenti. Si tratta cioè di ambienti fisici che sembrano essere composti di frammenti fra loro dissonanti, che si susseguono l’un l’altro seguendo la stessa logica del montaggio cinematografico, dove talvolta immagini fra loro non relazionate sono accostate in modo del tutto paratattico. E non a caso la settima arte, quella cinematografica, è l’arte urbana, metropolitana, per eccellenza.
Detto in altri termini, a differenza di una tessera di mosaico che va a formare una composizione di tipo unitario, pur nella profonda diversità delle singole tessere, il frammento va a formare una composizione che manca allo sguardo di qualsiasi unitarietà, di qualsiasi coerenza. La logica compositiva appare essere di tipo puntuale, ossia costituita dalla giustapposizione di elementi disgregati. Non c’è soluzione di continuità, non ci sono transizioni lente fra una situazione urbana e l’altra.
Questo tipo di immagine urbana conta molti prestigiosi narratori novecenteschi che vanno da Laforgue a Baudelaire, poeta metropolitano per eccellenza, a T.S. Eliot, le cui poesie offrono di Londra l’immagine di un patchwork di frammenti dissonanti il cui carattere è quasi demoniaco. Il tipo di dissonanze che caratterizzano questo tipo di immagine urbana è ben espresso anche dalla musica dodecafonica, da Schönberg a Stravinskij. Con una frizione di codici che anima un palinsesto musicale politonale, la musica dodecafonica è proprio la rappresentazione sonora di un mondo urbano in cui l’unitarietà si è persa, decostruita o esplosa in frammenti dispersi. L’immagine che si ha ricorda cioè quella di un collage, i cui incastri sono eterogenei e i cui rinvii sono multipli.
Quest’immagine è per esempio tipica di quelle aree il cui tessuto storico è stato per vari motivi sventrato e ricostruito a più riprese e in cui lo stacco fra le varie epoche e fra i vari edifici appare particolarmente evidente. Ciò dà origine a un’immagine fatta di frammenti estremamente eterogenei, talvolta stridenti, che si alternano senza soluzione di continuità a comporre un paesaggio sensorialmente caotico.
C’è poi un altro tipo significativo di immagine urbana che può presentarsi ai sensi mentre si cammina. È quella della neutralità (Sennett 1990). In una delle sue versioni più spiccate è l’immagine di un ambiente urbano le cui maglie formano una griglia dove non ci sono elementi di spicco, né punti centrali su cui si addensano gli sguardi e convergono le direzioni.
Tutto sembra ripetersi uguale secondo una logica che, in qualche caso, rimanda a uno spazio isotropo, quasi cartesianamente astratto, replicabile ed estensibile ad infinitum. Difficile ricordare dove si è già passati, difficile orientarsi all’interno di un tessuto geometricamente e omologamente razionalizzato. È un tessuto urbano laconico, cioè privo di riferimenti spaziali forti, siano essi di tipo architettonico o anche orografico, in grado di dialogare visivamente in modo significativo con chi percorre lo spazio.

Bibliografia
Benjamin, W. (1963). Städtebilder. Trad. it (2007). Immagini di città. Torino, Einaudi.
De Certeau, M. (1980). L’Invention du Quotidien I. Arts de Faire. Trad. it. (2010). L’Invenzione del Quotidiano. Roma, Edizioni Lavoro.
Kracauer, S. (1964). Straßen in Berlin und anderswo. Trad. it (2004). Strade di Berlino e altrove. Bologna, Pendragon.
Romano, M. (2008). La città come opera d’arte. Torino, Einaudi.
Secchi, B. (2000). Prima lezione di urbanistica. Roma-Bari, Laterza.
Sennet, R. (1990). The Conscience of the Eye. The Design and Social Life of Cities. Trad. it (1992). La Coscienza dell’occhio. Progetto e vita sociale delle città. Milano, Feltrinelli.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X