Sulla soglia del possibile

Nel corso dell’ultimo trentennio, la riscoperta della dimensione urbana dell’architettura ha progressivamente dato rinnovata importanza agli spazi intermediari, ossia gli spazi che segnano la transizione dall’edificio alla generica collettività dello spazio pubblico.
Irene Sartoretti, 06 Febbraio 2016
Micron
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Architetta e sociologa

Nel corso dell’ultimo trentennio, la riscoperta della dimensione urbana dell’architettura ha progressivamente dato rinnovata importanza agli spazi intermediari, ossia gli spazi che segnano la transizione dall’edificio alla generica collettività dello spazio pubblico (Lanzani 1996, Moley 2003).
Ed è proprio a partire dagli spazi intermediari, di soglia o di interstizio, che possono costruirsi i valori di urbanità veicolati dall’abitare in un tessuto denso, poroso e misto nell’uso. L’idea di spazio intermediario evoca una molteplicità di dimensioni, da quella vettoriale di transizione graduale, a quella di socialità e di unità di vicinato, fino a quella di marcatore di riconoscibilità urbana. Implica in sostanza dimensioni che vanno da quella estetico-sensoriale, a quella relazionale, a quella paesaggistica.
Gli spazi di entre-deux, spesso marginalizzati, possono essere pensati e progettati per assumere lo statuto di luoghi essi stessi. Possono diventare generatori di esperienze significative e possibili incubatori di relazioni. Non solo. È attraverso un trattamento articolato degli spazi intermediari, da quelli collettivi non pubblici a quelli pubblici di prossimità, che è possibile dar vita a forme di inter-penetrazione che superino lo iato fra architettura e disegno urbano, fra dimensione individuale e società dei grandi numeri, fra privato e pubblico.
Nella prospettiva di un rapporto dialettico fra scala dell’edificio e grande scala, si rivela particolarmente utile lo strumento concettuale della figura.
La nozione di figura serve per pensare le parti costruite e i relativi vuoti come unità formali e di significato, come insiemi chiari e distinguibili. Serve per dare unità spaziale alle strutture costruite e ai loro vuoti interstiziali. Serve per dar loro lo statuto di qualcosa di chiaramente nominabile, riconoscibile e perciò significativo. Attraverso la nozione di figura gli spazi intermediari assumono non solo il ruolo di momenti spaziali di interrelazione, ma anche quello di luoghi essi stessi.
Ciò avviene dopo che gli spazi intermediari sono stati relegati per anni alla marginalità dalla partizione borghese e poi moderna dello spazio. Una partizione che ha esacerbato lo iato fra individuo e società dei grandi numeri, oltrepassando la scala micro-sociale (Mazzoni 2007).
Un’articolazione complessa degli spazi, fatta anche di intarsi, faglie, passaggi, dedali e profondità, è interessante per due motivi. Il primo è di natura puramente estetico-sensoriale, centrato sulla soggettività e sull’esperienza emozionale individuale. Il secondo è centrato invece sulla dimensione relazionale e sulle differenti modalità di praticare i luoghi da parte di chi li abita.
L’approccio estetico-sensoriale assume pregnanza già a partire dagli anni Ottanta.
Sono gli anni di una svolta fenomenologica dell’architettura e della grande fortuna presso gli architetti delle teorie gestaltiche della percezione. La transizione fra scala urbana ed edificio si realizza quasi insensibilmente, per inter-penetrazioni, attraverso soglie appena materializzate, come avveniva in certi luoghi della città antica, così che ci si possa, per esempio, ritrovare quasi inavvertitamente dalla genericità dello spazio pubblico a spazi che richiedono discrezione. L’approccio estetico-sensoriale utilizza spesso riferimenti alla storia, in virtù di una sua reinterpretazione poetica più che strettamente filologica. Questo riferirsi all’architettura e alla struttura urbana storiche serve a risvegliare memorie collettive e autobiografiche.
Serve in definitiva, ad arricchire l’esperienza urbana attraverso il segreto e la scoperta, il ricordo e il sogno. L’approccio fenomenologico accorda un ruolo fondamentale alla stimolazione di sensazioni visive, tattili, uditive e olfattive. La scelta dei materiali è pensata per generare esperienze particolari che coinvolgano i cinque sensi. L’attenzione è accordata agli odori che i materiali emanano a certe condizioni atmosferiche, alla luminosità che diffondono in certi momenti della giornata, al tipo di suono che producono sotto i passi.
Un approccio di tipo socio-spaziale agli spazi intermediari emerge invece già alla metà degli anni Cinquanta, in seno alle correnti microsociologiche francesi. Insieme all’antropologia, queste influenzano l’opera di architetti quali gli appartenenti al Team X. Più in generale, danno vita a quella che viene variamente indicata nel discorso architettonico come «antropologizzazione», «tendenza umanista», «modernità temperata» (Moley 2003). L’approccio socio-spaziale è attento a creare, attraverso dispositivi volumetrici e camminamenti, un intreccio di luoghi che favoriscano l’incontro e che vanno da quelli più intimi per conversazioni appartate a quelli dove potersi mettere in scena. Tuttavia, il problema principale degli spazi intermediari è che diventino teatro di incuria e luogo di conflitto fra le differenti popolazioni che li abitano.
Gli spazi intermediari possono essere inoltre concepiti da un punto di vista paesaggistico, ossia come armatura verde, come elemento di riqualificazione silenziosa di ampie porzioni di città, come parte integrante di un ben più vasto disegno urbano.
Possono cioè rappresentare le tessera di un mosaico di spazi verdi. Possono essere pensati come frammenti di una rete continua di spazi che portano la natura, con i suoi valori calmanti ed evocativi dell’immensità del mondo, fin nel trambusto cittadino, creando quasi una città altra e sovrapposta.
Gli spazi intermediari possono essere infine concepiti come parte di un ordine topologico, geometrico e dimensionale di natura storica, che costituisce un sistema. Il sistema può essere ricreato e rinnovato lavorando soprattutto sul disegno dei vuoti e delle tracce, più che sul disegno dei pieni e delle masse. Si tratta di trovare una relazione fra gli edifici e la loro parcella, in continuità rispetto all’esistente (Mazzoni 2014).
L’approccio storicista è originariamente riconducibile al movimento italiano della Tendenza. L’attenzione è rivolta alle tipologie edilizie storiche e alla ricerca di quella regola ordinatrice, implicita ma leggibile in tutte le trasformazioni dello spazio urbano, che ha storicamente determinato la morfologia della città.
La regola fa da guida per le trasformazioni future, intese come inscritte nei geni stessi della città. È perciò una maniera di fare collettiva, che si ritrova nelle tracce urbane e nelle fonti documentali, nei piani e nei regolamenti. Si riferisce a un insieme di convenzioni implicite nei modelli culturali. I modelli culturali rappresentano la matrice generale, definita su base geografica, entro cui si inscrivono i principi costruttivi e le pratiche abitative. Si riferiscono a un orizzonte temporale di lunga durata, legato a permanenze ed evoluzioni lente (Raymond 1974). L’approccio storicista tratta il rapporto fra architettura e disegno urbano sulla base della regolarità, della leggibilità e della continuità senza rotture, che permette alle strutture formali dello spazio di coesistere, di addizionarsi, moltiplicarsi e non di sovraimporsi. Il pericolo implicitamente contenuto in un approccio storicista, che ricerca immagini chiare e facilmente riconoscibili, è l’eccessiva subordinazione dell’architettura sia allo spazio pubblico che a un numero limitato e omogeneo di forme urbane.
Il rischio è che un’eccessiva conformità impoverisca la qualità dello spazio intermediario.

Bibliografia
Lanzani, A. (199), Immagini del territorio e idee di piano 1943-1963, Milano, Franco Angeli.
Mazzoni, C. (2007), Les Cours. De la Renaissance italienne au Paris d’aujourd’hui, Paris, Actes-Sud / Paris musées. –(2014), La Tendenza une avant-garde italienne 1950-1980, Paris, Parentheses.
Moley, Ch. (2003), Entre ville et logement: en quête d’espaces intermédiaires, Paris, Éditions de la Villette.
Raymond, H. (1974), Habitat, modèles culturels et architecture, Architecture d’aujourd’hui, 174, pp. 50-53.

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