Un approccio sensibile per interpretare la complessità delle nostre metropoli

Arthur Miller scriveva che il disordine è un ordine che ancora non sappiamo comprendere. Le metropoli contemporanee si presentano come un campo di osservazione polisemico, frammentario, eterogeneo e complesso, che spesso solo occhi allenati a coglierne la complessità possono catturare e tentare di svelare.
Irene Sartoretti, 23 Marzo 2016
Micron
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Architetta e sociologa

La realtà urbana contemporanea è difficilmente leggibile da parte di pianificatori, amministratori, decisori, giornalisti, sociologi o, semplicemente, da parte di tutti gli attori sociali che quotidianamente la esperiscono. È estremamente complessa, strutturalmente polisemica, pluriculturale, multipla e, mai come prima d’ora, irriducibile ad unicum. È difficile comprendere unilateralmente i processi d’interazione, di ibridazione, di meticciato, di interdipendenza che hanno luogo nelle realtà urbane complesse e che implicano congiuntamente sia la dimensione spaziale che sociale. Sono diverse le voci che sostengono che per cogliere una realtà così complessa sia necessario mettere in campo nuove metodologie di conoscenza sia della trama urbana che degli eventi che in essa si dispiegano, siano essi straordinari, quotidiani o del tutto anodini. Si tratta di metodologie che uniscono diversi sistemi interpretativi e superano la separazione esistente fra discipline diverse, come l’economia urbana, la sociologia, l’urbanistica e l’arte, rifiutando un approccio puramente razionale alle questioni urbane.
Questo nuovo discorso metodologico rimette in causa quella che il sociologo francese Michel Maffesoli chiama la «rottura epistemologica» (1996). Maffesoli propone, in opposizione alla separazione fra discipline, un percorso conoscitivo che, senza possedere il solo rigore classico metodologico delle cosiddette scienze dure, incorpori al suo interno la tematica del sensibile, delle emozioni e della lettura empatica della realtà. L’apporto dell’approccio sensibile serve, secondo il sociologo, per non ridurre la complessità del reale, per non passare senza soluzione di continuità dal concreto al modello astratto, dal disordine e dall’opacità del reale a tentativi di riduzione, di definizione totalizzante e di classificazione. L’obiettivo è piuttosto quello di cogliere, nella loro irriducibilità, tutta la ricchezza, la vitalità e il dinamismo contenuti nell’urbano e restituirne un’immagine diffratta e caleidoscopica, che alterni i tentativi di definizione e di modellizzazione alle forme di scrittura più sfuggenti e che combini il tentativo di restituire una sistematizzazione coerente con la dimensione onirico-immaginifica e con le sequenze più fuggevoli (Bailly 2013). Come rendere altrimenti certe atmosfere, certi visi, certi modi di fare degli abitanti e in genere quella sinfonia dodecafonica che compone il paesaggio fisico e umano di cui si compone una città? Come rendere qualcosa che è tutt’altro che coerente e stabile, ma che è piuttosto frammentario, fatto di ambivalenze e di chiaro-scuri? In altri termini, come dare conto dell’aspetto ineffabile dell’esperienza urbana?
La separazione netta fra ambiti disciplinari e, in particolar modo, la scissione fra arte e scienza, operate con la modernità, sono rimesse in questione. La visione razionalista lascia il passo ad approcci più morbidi alle questioni urbane. La conoscenza razionalista del mondo viene integrata da un approccio sensibile, da un processo maggiormente sinuoso capace di cogliere le dissonanze, le eterogeneità e le frammentazioni del reale e dove la razionalità viene relativizzata e arricchita dall’esperienza vissuta. L’arte, il cinema e la letteratura permettono di esprimere attraverso il racconto, l’allusione, l’allegoria, la metafora e l’immagine emozionale quelle qualità che resterebbero altrimenti insondabili del complesso palinsesto urbano.
E a proposito di questo cambio di paradigma metodologico negli studi urbani, è sintomatica l’uscita nel 2006 in Italia del volume Lo sguardo vagabondo. Il flâneur e la città da Baudelaire ai postmoderni. Il volume si propone di fare degli artisti, degli scrittori e dei flâneururbani non solo l’oggetto, bensì il soggetto dell’analisi sociologica (Nuvolati 2006). La figura del flâneur, codificata da Walter Benjamine ripresa dall’autore de Lo sguardo vagabondo, lascia emergere il carattere letterario dell’esperienza urbana. Fa della città un oggetto culturale complesso, tenendo conto dell’eterogeneo insieme delle sue pratiche e delle sue rappresentazioni. Il flanêur, nelle sue rabdomantiche peregrinazioni urbane, legge lo spartito della città a partire dall’esperienza della sua quotidianità. Della città che percorre, coglie e al tempo stesso produce il mito iconografico e letterario. L’immagine che viene restituita è quella di una città al contempo realissima e immaginaria, come la Parigi di Proust o la Dublino di Joyce. Una città che nella parola ritrova il suo mito, quasi fondativo. Il flanêur, come soggetto sociologico, restituisce all’esperienza sensibile tutta la potenza che le è propria. Si tratta di un’esperienza plurale, concreta, polisemica, molto spesso disordinata, ma che riesce come nessun’altra a epifanizzare i fenomeni e le effervescenze urbane più imprendibili. Attraverso la descrizione letteraria e il racconto artistico dei luoghi, emergono le interazioni più complesse. Questo tipo di approccio estetico alla vita sociale relativizza la razionalità, arricchendola del vissuto. Più recentemente, il sociologo Giampaolo Nuvolati, autore del Lo sguardo vagabondo, ha cercato di codificare la passeggiata urbana come metodo di analisi, sul modello delle derive urbane dei situazionisti (Nuvolati 2013).
La Francia vanta una tradizione più lunga e radicata rispetto all’Italia per quanto riguarda l’interdisciplinarietà e la lettura sensibile delle questioni urbane. L’opera di Pierre Sansot è un valido esempio in tal senso e, più recentemente lo sono i lavori di Jean Christophe Bailly, dove le questioni politiche, anche quelle più spinose legate alle banlieues, sono lette attraverso un approccio sensibile (2013). Anche nel caso del lavoro di Bailly, la passeggiata urbana è trasformata in metodo di analisi.
Questo cambio di paradigma teorico per quanto riguarda gli studi urbani ha investito, oltre al contesto accademico europeo, anche quello statunitense. Qui è stata codificata una nuova disciplina di studi che risponde all’evocativo nome di Urban Humanities. Più nello specifico, si tratta di una join-venture che, dal 2012, riunisce il College of Letters, quello di Environmental Design e quello di Arte dell’università californiana di Berkley. L’idea che anima l’iniziativa è mettere insieme ricercatori, studenti e operatori del campo dell’architettura, della progettazione paesaggistica e del design con coloro che fanno parte del mondo delle scienze umane. Fra questi ultimi ci sono gli studiosi di linguistica, letteratura comparata, storia dell’arte e anche coloro che si occupano di discipline performative come il teatro e la danza. Il fine dell’iniziativa è di pensare a nuovi metodi, sia pedagogici che di ricerca nell’ambito degli studi urbani, improntati all’interdisciplinarietà. Il secondo fine è di dare nuova linfa alla partecipazione pubblica, attraverso la performance artistica e gli interventi, situazionali ed effimeri, propri della street-art e dell’arte urbana. Un ultimo obiettivo è quello di incorporare l’approccio sensibile non solo alla parte di analisi, ma anche alla produzione di scenari urbani futuri e agli atti più concreti di progettazione urbana. E ciò è considerato particolarmente importante per quanto riguarda metropoli le cui dimensioni e la cui complessità sono molto elevate, come Tokyo, Ciudad del Mexico e Shanghai.
Del resto, ricorda bene Michel Maffesoli, l’intuizione letteraria e quella artistica non possiedono il rigore della legge causale, ma possono con esattezza individuare le grandi tendenze sociali (1996). Spesso sono proprio gli artisti e gli scrittori che catturano in anticipo le grandi mutazioni in atto, grazie alla loro osservazione meravigliata del mondo, alla loro considerazione antisistematica dei dettagli più anodini e grazie ai loro metodi tutt’altro che ortodossi da un punto di vista scientifico. Non si tratta di sostituire al pensiero analitico il linguaggio del sensibile, ma di renderli effettivamente complementari.

Bibliografia
– Bailly, J-Ch. (2013), La phrase urbaine, Paris, Seuil.
– Maffesoli, M. (1996), Éloge de la raison sensible, Paris, La Table Ronde.
– Molinas, A. (2009), El Robinson Urbano, Barcelona, Seix Barral
– Nuvolati, G. (2006), Lo sguardo vagabondo. Il flâneur e la città da Baudelaire ai postmoderni, Bologna, Il Mulino.
– L’interpretazione dei luoghi. Flânerie come esperienza di vita, Firenze, Firenze University Press.

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