Una nuova narrazione della storia dell’uomo

Il fossile, una mascella superiore con molti denti, è stato scoperto nel sito archeologico di Misliya, in Israele. Diverse tecniche di datazione applicate a materiali archeologici e fossili suggeriscono che la mascella risalga a un periodo tra 175.000 e 200.000 anni fa, spostando quindi indietro la migrazione dei moderni umani di almeno 50.000 anni. Se Hershkowitz e la sua équipe hanno ragione, allora bisogna riscrivere, ancora una volta, la storia di Homo sapiens – la nostra storia – e della sua irrefrenabile pulsione a migrare, praticando una successione continua di out of Africa e diffondendosi per l’intero pianeta.
Pietro Greco, 29 Gennaio 2018
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Il reperto è piccolo: una mezza mascella corredata da denti. È stata trovata da Israel Hershkovitz, del Dipartimento di Anatomia e Antropologia della Sackler Faculty, università di Tel Aviv, presso il sito Misliya, nei pressi del Monte Carmelo in Israele, dove da almeno 400.000 anni sono passati membri del genere Homo. Le più moderne tecniche di datazione rivelano che la mascella è datata tra 194 e 177mila anni fa. E, secondo quanto affermano Hershkowitz e i suoi colleghi in un articolo pubblicato su Science, è senza dubbio una mascella di sapiens. La mascella di un membro della nostra specie.
Se Hershkovitz e la sua équipe hanno ragione, allora bisogna riscrivere, ancora una vota, la storia di Homo sapiens – la nostra storia – e della sua irrefrenabile pulsione a migrare, praticando una successione continua di out of Africa e diffondendosi per l’intero pianeta.
Fino a non molti anni fa avevamo un quadro chiaro della storia di Homo sapiens. Pensavamo che la nostra specie fosse nata nel centro dell’Africa, nella Rift Valley all’incirca 200.000 anni fa. E che, dopo essersi disperso per il continente nero ha operato il suo primo out of Africa tra 120 e 90.000 anni fa. Vuoi attraverso il Sinai vuoi raggiungendo le coste dello Yemen nella penisola arabica.
Di recente sono state realizzate scoperte che hanno completamente cambiato questa visione. Proiettando la nostra storia in un tempo molto più profondo. A Omo Kibish, in Etiopia sono stati trovati fossili di sapiens risalenti a un periodo compreso tra 195 e 165.000 anni fa. A Florisbad, in Sud Africa, ne sono stati rinvenuti altri, risalente a circa 259.000 anni fa. A Jebel Irhoud, in Marocco, infine sono stati rinvenuti resti di sapiens risalenti a 315.000 anni fa e in possesso di una tecnologia di manipolazione delle pietre detta di Levallois.
Già questo quadro ci impone non solo di retrodatare la nascita della nostra specie di oltre 100.000 anni, ma anche di mettere in dubbio il luogo di nascita. Non sappiamo più, con sufficiente precisione, dove siamo nati. Certo conosciamo il continente: l’Africa. E ormai sappiamo che Homo sapiens si è diffuso in temi rapidi per tutta la sua estensione, dal Marocco al Sud Africa, appunto.
Ma ora abbiamo due tipologie di prove del tutto indipendenti che ricostruiscono l’out of Africa, retrodatandola.
E non di poco. Da analisi genetiche recenti e piuttosto complicate risulta che, molto probabilmente, Homo sapiens è uscito per la prima volta dall’Africa 220.000 anni fa. E che ha avuto contatti plurimi con altri specie del genere Homo già presenti in Medio Oriente, in Asia orientale e in Europa (i Neanderthal).
Ora l’equipe di Hershkowitz ha trovato resti fossili che confermano la presenza di Homo sapiens fuori dall’Africa intorno a 190.000 anni fa. Dunque i nostri antenati si sono diffusi in tempi relativamente veloci sia in Africa sia fuori dall’Africa. E che ci sia una continuità culturale – e non solo genetica – tra questi gruppi di migranti lo dimostra il fatto che nel sito di Misliya, oltre alla mascella dentata, siano stati trovati manufatti realizzati con la tecnologia cosiddetta di Levallois, la medesima utilizzata dai sapiens che frequentavano il sito di Jebel Irhoud in Marocco molte migliaia di anni prima.
In Israele ci sono diversi siti che testimoniano il passaggio degli Homo sapiens provenienti dall’Africa.
Basti citare Tabun, oppure Skhul e Qafzeh, dove ci sono testimonianze delle migrazioni avvenute tra 120.000 e 90.000. Ma in questi e in altri siti più o meno vicini ci sono testimonianze della presenza di uomini appartenenti anche a specie diverse dalla sapiens risalenti anche a centinaia di migliaia di anni prima. Il motivo di tanta abbondanza è banale: il passaggio attraverso il Sinai e nelle terre oggi occupate da Israele, dalla Palestina, dalla Giordania è di gran lunga la via più facile (ma non l’unica) per uscire dall’Africa. E poiché le migrazioni dei sapiens da almeno duecentomila anni non sono continue ma procedono a ondate, quasi tutte passano di lì.
Già, ma perché l’out of Africa è pulsante e non continuo? Il motivo rimanda a una delle cause principali che spingono gruppi di Homo a uscire dall’Africa e a diffondersi per il mondo: i cambiamenti del clima. È la pressione ambientale che spinge l’uomo a migrare.
Una riprova che questa causa concorre in modo significativo all’out of Africa sta nella storia dell’ambiente del Nord Africa e del Vicino Oriente. In particolare quella del Sinai, che nel corso del tempo profondo ha subito notevoli cambiamenti tra fasi aride – come l’attuale o come quella dell’epoca di Mosè – e fasi umide.
Ebbene, recenti studi hanno dimostrato che tra 244 e 190.000 anni fa, quella zona era in piena fase umida. Dunque estremamente favorevole per la diffusione dei sapiens. Non è, dunque, un caso che l’uomo proprietario della mascella rinvenuta a Misliya sia vissuto intorno a 190.000 anni fa. Era membro di un gruppo di migranti che non molto tempo prima (in termini geologici, di secoli o anche di millenni) aveva approfittato della possibilità di accedere con maggiore facilità all’acqua e al cibo ed era sfuggito a condizioni ambientali che, in Africa, erano diventate non più tollerabili.
La storia dell’uomo, pur con modalità diverse, si ripete.

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