Una nuova pandemia? Sì, la disinformazione virale

Nel 1918, proprio nel mese di ottobre, il tasso di mortalità per l'influenza spagnola era al culmine. Si stima che 500 milioni di persone siano state infettate nel corso della pandemia; tra 50 milioni e 100 milioni morirono, circa il 3% della popolazione mondiale all'epoca. Ma quale sarà e dove scoppierà la prossima grande epidemia? Secondo Heidi J. Larson, direttrice del The Vaccine Confidence Project il diffondersi del prossimo focolaio - che si tratti di un ceppo influenzale o qualcos’altro – non sarà dovuto alla mancanza di tecnologie preventive ma bensì al “contagio emotivo”, creato dalla disinformazioni in rete.
Francesco Aiello, 17 Ottobre 2018
Micron
"La famiglia", Egon Schiele
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Biologia e Comunicazione della Scienza

Un uomo nudo, dalle membra nodose, seduto su un letto. Una donna accovacciata accanto a un bambino. Lo sguardo della donna non è rivolto verso lo spettatore, ma è come perso nel vuoto, come se guardasse verso il suo destino nei confronti del quale è impossibile sottrarsi. Quel destino è rappresentato dall’influenza spagnola ed l’ultimo dipinto del pittore austriaco Egon Schiele.
«La famiglia» rappresenta involontariamente la più terribile pandemia della storia umana.
Nel 1918, proprio nel mese di ottobre, il tasso di mortalità per l’influenza spagnola era al culmine. Si stima che 500 milioni di persone siano state infettate nel corso della pandemia; tra 50 milioni e 100 milioni morirono, circa il 3% della popolazione mondiale all’epoca.
Il motivo per cui quella tremenda epidemia fu identificata con la Spagna è curioso, e nasce dalla censura operata in molti paesi durante la Prima guerra mondiale. I governi delle nazioni belligeranti, temendo che si diffondesse il panico tra la popolazione, cercarono in tutti i modi di non diffondere la notizia della pandemia. Le prime informazioni trapelarono dalla Spagna – che era neutrale e quindi priva di controlli sulla stampa – e spinsero gli altri Paesi a far credere che fosse circoscritta alla sola Spagna, dove peraltro si ammalarono sia il primo ministro che il re Alfonso XIII.
Oggi, a distanza di un secolo, abbiamo a disposizione numerosi vaccini che hanno cambiato la storia di molte malattie: vaiolo, poliomielite, morbillo, epatite B, meningite, varicella, parotite e rosolia sono solo alcune delle malattie contro le quali è possibile fare prevenzione attraverso la somministrazione dei vaccini. Secondo i dati della WHO sono oltre 2 milioni e mezzo le persone salvate ogni anno, ma se la copertura vaccinale aumentasse se ne potrebbe salvare un altro milione e mezzo.
Quale sarà e dove scoppierà la prossima grande epidemia? Uno dei compiti degli epidemiologi è cercare di prevedere questi eventi, elaborando modelli per calcolare dove e quando il prossimo virus potrebbe emergere, trasformandosi in una seria minaccia per la salute umana. Tuttavia, secondo un studio, questo genere di ricerca potrebbe rivelarsi inutile. Sono troppi i virus, troppi i fattori imprevedibili sulla loro evoluzione e sulla possibilità che hanno di trasmettersi da un serbatoio animale all’uomo, oltre che da uomo a uomo per poter fare valutazioni attendibili.
Secondo Heidi J. Larson, antropologa e direttrice del The Vaccine Confidence Project il diffondersi del prossimo focolaio – che si tratti di un ceppo influenzale o qualcos’altro – non sarà però dovuto alla mancanza di tecnologie preventive ma bensì al “contagio emotivo”, creato dalle informazioni in  rete che potrebbero erodere la fiducia nei vaccini al punto da renderli discutibili. Dalle pagine di Nature, l’antropologa avverte che il diluvio di informazioni contrastanti, disinformazione e informazioni manipolate sui social media dovrebbero essere riconosciuti come una seria minaccia per la salute pubblica globale.
Cosa fare, allora? “Il Vaccine Confidence Project, che dirigo, lavora per rilevare i primi segnali di voci e di preoccupazione sui vaccini. Il team internazionale comprende esperti in antropologia, epidemiologia, statistica, scienze politiche e altro ancora. Controlliamo notizie e social media e monitoriamo gli atteggiamenti. Abbiamo anche sviluppato un Vaccine Confidence Index, simile a un indice di fiducia dei consumatori, per tracciare questi atteggiamenti”.
Nel 2016, il team di Larson ha identificato l’Europa come la regione con il più alto scetticismo sulla sicurezza del vaccino. “L’Unione europea ci ha incaricato di rifare il sondaggio questa estate, i risultati saranno rilasciati nelle prossime settimane”.
Secondo la Larson la disinformazione intorno ai vaccini si può dividere su più livelli.
La prima, forse la più dannosa, è la cattiva scienza: persone appartenenti al settore sanitario che alimentano paure e preoccupazioni esagerate.
Vi ricorda qualcuno? È il 1998, quando la rivista The Lancet pubblica una ricerca a firma del medico britannico Andrew Wakefield, lo studio condotto su 12 bambini mette in relazione il vaccino contro morbillo-parotide e rosolia (MPR) e malattie infiammatorie croniche intestinali  che sono a loro volta legate alla sindrome di Kanner, altro nome per indicare l’autismo. Alla conferenza stampa di presentazione del lavoro Wakefield, chiede la sospensione dell’utilizzo del vaccino trivalente.
Conseguenze? La prima il crollo delle vaccinazioni in Inghilterra: il risultato fu un’epidemia di morbillo che causò oltre mille casi, la seconda fu la scoperta che l’ex medico aveva già brevettato un sistema di vaccinazioni singole: esattamente ciò che consigliava nelle sue conferenze. Il conflitto d’interessi era più che un sospetto fino alla scoperta di un finanziamento (oltre 500.000 sterline) a Wakefield da parte di un avvocato che sosteneva cause di risarcimento contro lo stato per bambini autistici con presunti danni da vaccino. Al legale mancava un appiglio scientifico e Wakefield lo fornì, barando. Nel 2010, dopo evidenti prove che sottolineavano l’inconsistenza dello studio The Lancet ritirò il lavoro. Ma cosa ne è stato di Wakefield? È stato sì radiato dall’ordine dei medici ma vive “liberamente” in Texas rastrellando i soldi di vari gruppi contro-vaccini che lo considerano un guru.
La seconda categoria include coloro che vedono i dibattiti contro il vaccino come un’opportunità finanziaria per la vendita di libri, servizi o altri prodotti.
Poi ci sono coloro che utilizzano il dibattito pubblico sui vaccini come un’opportunità politica, un cuneo con cui polarizzare la società. “Molti rapporti hanno trovato numerosi troll e bot russi che utilizzano un linguaggio emotivo e arrabbiato per diffondere disinformazione e esacerbare le divisioni tra quelli a favore e contro i vaccini”, spiega Larson.
Infine, ci sono i cosidetti “super-spreaders”, che propagano la disinformazione attraverso i social media solo a coloro che la pensano allo stesso modo. Questo processo può essere definito anche come “ignoranza pluralistica”. Piacere agli altri, conformarsi e omologarsi per sentirsi accettati dal gruppo di riferimento riguarda un po’ tutti. E tutti abbiamo bisogno di consensi. Appiattire la propria identità per consenso, identificarsi nel gruppo e nelle sue dinamiche può essere sicuramente uno strumento funzionale all’accettazione, ma poco alla strutturazione di un pensiero critico e aperto.
Ma come si combatte questa disinformazione? In parte e soprattutto, con un uso mirato dei social come è accaduto in Danimarca e Irlanda. In queste due nazioni i rispettivi servizi sanitari nazionali hanno dovuto affrontare gruppi che, attraverso i social media, trasmettevano le testimonianze di ragazze che raccontavano di aver subito degli effetti collaterali gravi dopo la vaccinazione contro il papillomavirus umano (HPV).  Questa strategia aveva portato in Danimarca, i tassi nazionali di immunizzazione dal 90% nel 2000 a meno del 20% nel 2005.
In risposta, il ministero della sanità danese ha sviluppato strategie di comunicazione con l’obiettivo di far comprendere il rischio di malattie e ha promosso una serie di storie di persone che avevano perso mogli e madri per il cancro del collo dell’utero. Hanno creato anche una pagina Facebook per rispondere alle domande dei genitori.  Stessa strategia utilizzata in Irlanda dove i numeri per il 2018 mostrano un aumento del 6% delle vaccinazioni.
“I materiali e le risorse educative sono importanti, ma limitati; i funzionari sanitari e le campagne educative spesso falliscono perché creano messaggi basati su ciò che vogliono promuovere, senza affrontare le percezioni esistenti. Il dialogo conta. Le strategie devono includere l’ascolto e il coinvolgimento. Dobbiamo migliorare in questo: se emerge una malattia mortale come l’influenza del 1918 e l’esitazione delle persone a farsi vaccinare rimane al livello che è oggi, si diffonderà una malattia debilitante e fatale”, conclude Heidi J. Larson.
Il paradosso dei vaccini è che quanto più sono efficaci e le malattie spariscono o diminuiscono, tanto più rischia di diventare significativo il movimento di opinione contrario alla vaccinazione. La mancanza di un’esperienza diretta e diffusa della patologia associata al vaccino fa prevalere scelte e vissuti guidati da stili di vita, emozioni, rapporto individuo-società. La comunità anti-vaccino può contare sulla visione del presunto “danno”, sulla paura incarnata da un bambino malato. Nella community pro-vax accade esattamente il contrario. Il bene prodotto dal vaccino è invisibile e in questo consiste la sua efficacia. La comunità che si vaccina è una comunità in cui nulla accade e che è più difficile mantenere coesa, perché non ci sono nodi emotivi facilmente aggreganti. Proprio per questo, diventa fondamentale il ruolo dei Ministeri, Aziende sanitarie, ma sopratutto di giornalisti ed esperti del settore.

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