La questione ambientale si fa arte

L’era dell’Antropocene, il tema dell’inquinamento e delle responsabilità dell’uomo nella salvaguardia dell’ambiente sono ambiti sempre più trattati nel lavoro di molti artisti contemporanei. Abbiamo voluto affiancare, ragionando con i rispettivi autori, due esperienze: la performance Sun&Sea (Marina) presentata alla Biennale Arte di Venezia e Andreco, artista visivo da oltre vent'anni attivo a livello internazionale sui temi ambientali.  
Federica Lavarini, 30 Ottobre 2019
Micron
Micron
giornalista scientifica

Il 30 ottobre vi sarà l’ultima esibizione al padiglione lituano, vincitore del Leone d’Oro alla 58° edizione di Biennale Arte: Sun&Sea (Marina) è stato ospitato in una caserma abbandonata della Marina Militare e, per ricordare qualche scampolo dell’estate appena trascorsa, raccontiamo l’incontro con Lina Lapelyte, una delle tre artiste che, assieme a Rugilė Barzdžiukaitė e Vaiva Grainytė, è co-autrice dell’acclamata performance.
Al nostro appuntamento, l’aria afosa e salmastra dell’agosto lagunare è immediatamente mitigata da una gentile melodia cantata dai frequentatori-performers di questa spiaggia ricostruita: “Volcano story” colpisce come una brezza d’aria, sebbene narri la disavventura di alcune persone – quali potremmo essere noi stessi – che da molto tempo hanno prenotato i tanto sognati dieci giorni di vacanze estive, acquistando il biglietto aereo addirittura con un anno di anticipo.
Purtroppo, i vacanzieri si ritrovano da ore chiusi nella sala d’attesa di un aeroporto, sudati e stanchi, mentre l’agognata spiaggia dalla sabbia bianca e fine è rimasta solo una bellissima immagine sulla brochure dell’agenzia viaggi. L’inaspettata eruzione di un vulcano – “nessun climatologo sarebbe stato in grado di prevedere un tale evento” narra la canzone – ha costretto tutti i villeggianti a rivedere i propri progetti.
“Oggi è il mio ultimo giorno qui” afferma Lina Lapelyte, “sono a Venezia dal 27 aprile con i miei tre figli di 9, 7 e 5 anni. Nel frattempo, tutt’attorno l’erba è cresciuta e pure i miei capelli e quelli di mio figlio”.

In molte interviste, lei assieme alle altre due artiste co-autrici avete dichiarato che non eravate preparate a diventare le vincitrici della Biennale Arte. Perché?
Perché avevamo, e abbiamo tuttora, moltissime iniziative da seguire. Semmai, sapevamo sicuramente quali erano le ragioni per cui non avremmo mai vinto il Leone d’Oro. La Biennale può essere considerata l’Olimpiade dell’arte ed essere qui per rappresentare il nostro paese è stato molto difficile. Per noi è stata una fonte di grande pressione: sapevamo di dover mettere in campo il meglio di noi stesse, tutte le nostre conoscenze e competenze. Tuttavia, è stato molto più importante lavorare a questo progetto collaborando nel modo che sappiamo fare meglio, e che più ci piace, ossia coltivare assieme il nostro comune e assoluto amore per l’arte, seguendo una linea elaborata da lungo tempo, sempre condivisa, senza pensare a quale sarebbe stato il modo migliore per vincere. Infatti, non sappiamo ancora come, alla fine, siamo riuscite a meritare il Leone d’Oro.

Qual è il messaggio che il padiglione lituano vorrebbe lasciare alle persone che l’hanno visitato?
Non c’è un messaggio specifico. Abbiamo cercato di trattare molti temi perché ritenevamo fosse importante parlarne. È stato molto difficile non far diventare la performance un’opera didattica che ripetesse la news sui generis “quanto è stato rovinato il nostro Pianeta”. Volevamo che l’opera fosse aperta, per dare la possibilità ai visitatori di costruirsi una propria personale interpretazione. Credo che in Sun&Sea (Marina) ci siano molti messaggi, che possono essere letti e recepiti in modi differenti: il parallelismo tra il cambiamento climatico e la stanchezza degli uomini – che in quest’opera viene rappresentata – è l’aspetto chiave del nostro lavoro, il considerare la Terra sulla quale viviamo un parallelo, un corrispettivo, del nostro corpo umano.

Perché una spiaggia?
Abbiamo cercato una situazione che permettesse a molte persone di partecipare, di comportarsi in modo naturale e di convivere assieme. La spiaggia ci è sembrato il luogo nel quale le persone si mettono a nudo, o quasi, sotto al sole e, sentendosi forse anche un po’ minacciate da questa intimità, cercano di mentire un po’ su sé stesse. Questo ci ha permesso di mettere in luce e condividere le diverse forze che guidano l’azione degli esseri umani. L’idea di guardare dall’alto quali siano questi comportamenti permette all’audience di rispecchiarsi nelle persone che si trovano sulla spiaggia sottostante e immaginare che cosa queste possano pensare.

Quali sono stati gli studi che avete fatto per arrivare a questo risultato?
Abbiamo fatto una ricerca molto ampia, dalle notizie dei quotidiani agli articoli scientifici, con l’obiettivo di parlare di temi molto comuni, creando un terreno dove potessero coesistere assieme. L’opera è molto intuitiva, contiene molte informazioni dal contenuto scientifico, ma non è un lavoro scientifico, bensì un progetto artistico di grande poesia sul quale si integra un messaggio scientifico. Noi non possiamo immaginare quali saranno le conseguenze del cambiamento climatico perché è al di là della nostra percezione umana. Pensiamo, sì, alla possibilità di una catastrofe, ma continuiamo ugualmente ad avvalerci di mezzi sempre più veloci, ad acquistare vestiti nuovi tutti i mesi, a comprare cibi al supermercato perché è più facile ma, soprattutto, perché qualcuno vuole che lo facciamo. Invertire questo trend è davvero difficile e richiede un enorme sforzo personale da parte di ciascuno di noi.

Vi è sensibilità ambientale in Lituania?
Davvero molto poca. È un paese molto arretrato in questo campo, molte cose non funzionano, le città hanno un’organizzazione molto antiquata su come rapportarsi rispetto alla natura. Le strutture politiche non prendono iniziative per far sì che le persone possano prendersi cura dell’ambiente in cui vivono, come ad esempio la possibilità di riciclare i materiali. Intere foreste vengono abbattute per l’industria del legno, le istituzioni sono concentrate sul “qui e ora” e non sono in grado di guardare al futuro. Lo stato lituano riceve molti fondi europei per implementare nuove costruzioni, nuovi quartieri, e questo ha come conseguenza l’abbattimento di moltissimi grandi alberi nelle città. Gli alberi saranno poi ripiantati, ma non potranno mai sostituire quelli eliminati.
Credo che il problema sia molto sentito dalle persone ma, allo stesso tempo, vi siano enormi ostacoli burocratici alla messa in atto di questo pensiero comune. Sono convinta che ognuno di noi debba coltivare la sua “area verde”, il suo “piccolo bosco” o albero che sia, dev’essere un’azione che parte dall’individuo in maniera attiva.

ANDRECO: L’AMBIENTE, L’UOMO E IL CLIMA
Tra gli artisti attivi per la difesa dell’ambiente, Andreco rappresenta una delle figure di spicco: ingegnere ambientale con un postdoc tra L’Università di Bologna e la Columbia University di New York, il suo approccio artistico sui temi ambientali parte sempre da una base scientifica solida. Attraverso il progetto “Climate Art Project”, Andreco è stato presente al Cop 21 di Parigi, con una serie di murales e numerose iniziative che vedevano coinvolti i cittadini del XVIII arrondissement di Parigi nel recupero di aree urbane abbandonate, riconvertite a orti e giardini. È stata poi di grande impatto il murales “Sea Level Rise” a Venezia, creato durante la Biennale Arte del 2017 per raffigurare quale sarà il livello dell’acqua a Venezia nei prossimi anni, secondo gli studi scientifici più aggiornati, tra i quali quelli dell’Ismar-CNR di Venezia, uno dei partner del progetto.
“Quindici anni fa, quando ho iniziato a far confluire la mia ricerca scientifica nel mondo dell’arte, mi sentivo una ‘mosca bianca’. Ho sempre disegnato e avuto un grande amore per l’arte anche se poi ho fatto studi scientifici e lavorato come ingegnere e ricercatore sui temi della sostenibilità ambientale. Poi le due strade si sono sovrapposte. Le tematiche della mia ricerca scientifica sulla mitigazione degli impatti antropici attraverso le piante, le Nature Based Solutions, e le strategie per l’adattamento ai cambiamenti climatici, sono molto presenti nelle mie opere”.

Quali sono i progetti che hanno avuto il maggior impatto e quanto è importante la partecipazione del pubblico?
Le iniziative legate a Climate Art Project, il progetto itinerante iniziato nel 2015 durante la conferenza sul clima di Parigi per poi svilupparsi in altre città particolarmente colpite dalle conseguenze del cambiamento climatico e dalla crisi ambientale. Ad esempio, Climate 04 – “Sea Leve Rise” a Venezia ha avuto diversi riscontri dal punto di vista mediatico. Molto importante è stata anche l’ultima tappa di “Climate Art Project” a New Delhi, nel 2018 nominata come la città più inquinata per polveri sottili, dove ho sviluppato il progetto Climate 05 – “Reclaim Air and Water”, creando un murales in cui al posto della vernice ho usato un inchiostro fatto con lo smog chiamato “Air-Ink” ed una parata, una performance collettiva con gli abitanti e gli attivisti locali. In questi anni ho lavorato molto con le comunità, sempre intersecando ricerca scientifica e artistica, realizzando sia dei workshop sia delle performance in cui i cittadini sono stati parte attiva di questi progetti artistici mirati a mettere in risalto i temi ambientali.

Come si sviluppa la sua attività, sempre sul confine tra arte e scienza?
Le mie opere partono sempre da studi scientifici e vedono molto spesso coinvolti dei centri di ricerca. A partire da studi scientifici riconosciuti a livello internazionale, realizzo una visione simbolica grazie all’arte. Il risultato può essere una performance, piuttosto che una scultura o un’opera pittorica su pareti pubbliche visibili a tutti. Questo è il mio metodo di lavoro: partire dalla ricerca scientifica per poi virare verso il linguaggio dell’arte. L’intento è quello di creare immagini aperte alla libera interpretazione sulle urgenze ambientali e sociali contemporanee.

L’arte può cambiare la mentalità delle persone verso le tematiche ambientali?
No, non credo che l’arte, da sola, possa far cambiare un sistema economico, politico e sociale radicato da molti anni e basato sullo sfruttamento incondizionato delle risorse naturali. Tuttavia, il linguaggio artistico è un altro modo di riflettere su alcune tematiche o comunque di portare alla luce un dibattito. L’arte non vuole evidenziare soluzioni ma vuole far scaturire delle domande. Il linguaggio artistico affiancato ad altri linguaggi e soprattutto ad azioni concrete può contribuire al cambiamento. L’arte, a differenza della scienza, colpisce maggiormente la sfera emotiva: le persone devono essere mosse da un sentimento profondo per sentirsi coinvolte nella problematica e per diventare il volano di un vero cambiamento.
Il mondo della cultura dovrebbe prendere posizione sulla crisi ambientale e climatica che stiamo vivendo, abbiamo bisogno di una vera e propria rivoluzione culturale per cambiare la nostra mentalità e il nostro approccio verso l’ecosistema in cui viviamo.

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