Una storia pubblica e privata

'Radioactive' non è solo un film su Marie Curie, sui suoi due Premi Nobel e su una delle scoperte più incredibili della storia della scienza. È anche una toccante storia di vita e una riflessione sul rapporto tra scienza e società, ovvero sulla responsabilità dei ricercatori rispetto all’uso delle loro scoperte.
Annalisa Plaitano, 29 Settembre 2020
Micron
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Biologa e divulgatrice scientifica

Nel film, come nella realtà, l’incontro tra Marie e Pierre Curie e la loro storia d’amore, poi di famiglia, scorrono in parallelo alla loro avventura scientifica. Li seguiamo dagli esordi della carriera di Maria Skłodowska, polacca immigrata a Parigi, al loro sodalizio professionale, alla costruzione del loro laboratorio fino alla proficua collaborazione scientifica.

Il premio Nobel per la fisica, nel 1903, viene assegnato ai coniugi Curie e a Henri Becquerel per la scoperta della radioattività naturale, che rivoluziona le conoscenze dell’epoca sugli atomi. I Curie e i loro collaboratori lavorano duramente, in condizioni ambientali difficili e in mancanza di fondi, estraendo in prima persona gli elementi radioattivi dal minerale (la pechblenda). Inizialmente ignari delle conseguenze della radioattività sul corpo umano, non si proteggono e la loro salute ne risulta irrimediabilmente danneggiata.

Ma la loro determinazione porta alla scoperta di due nuovi elementi radioattivi: il Polonio e il Radio. Dopo la sventurata morte accidentale di Pierre e altre grandi difficoltà nella sua sfera privata, Marie diventa la prima docente universitaria donna della Sorbona e porta a termine la purificazione dei due elementi. Per questo lavoro ottiene il secondo premio Nobel, questa volta per la chimica, nel 1911.

La regista Marjane Satrapi, talentuosa fumettista nota soprattutto per Persepolis, racconta la sua interpretazione di questa storia pubblica e privata, attraverso riusciti effetti speciali tecnici e narrativi, facilmente riconoscibili dagli amanti della nona arte. E ci propone continui salti temporali alla scoperta delle applicazioni della radioattività per scopi nobili e molto meno nobili. Si passa dai disastri di Hiroshima e Nagasaki (1945) alle prime vere terapie contro il cancro verso il 1957, continuando con i test nucleari nel Nevada attorno agli anni ‘60, fino all’incidente della centrale nucleare di Černobyl′ nel 1986.

Tuttavia, molte sono le scoperte e molti gli eventi che si interpongono tra i lavori dei Curie e la fabbricazione di bombe e centrali nucleari. Nei primi trent’anni del Novecento la fisica è in pieno fermento. Röntgen e Becquerel prima e i Curie dopo rivelano al mondo una nuova proprietà della materia: l’emissione spontanea di radiazioni da parte di alcuni elementi chimici. Rutherford osserva la trasformazione di un elemento radioattivo in un altro, Einstein studia l’equivalenza massa-energia, Irène e Frédéric Joliot-Curie ottengono elementi radioattivi artificiali, riuscendo di fatto a controllare le reazioni nucleari. In questi primi anni del secolo vengono costruiti i primi acceleratori di particelle e si ipotizza la possibilità di reazioni nucleari a catena.

Ma è soprattutto la scoperta della fissione nucleare da parte di Otto Hahn e Lise Meitner, poco prima della seconda guerra mondiale, ad aprire la strada alla costruzione di un ordigno nucleare. Possibilità colta al balzo dagli Stati Uniti, impegnati a contrastare la Germania di Hitler.

Nel 1942, infatti, nasce il Progetto Manhattan, l’enorme programma di ricerche che porta alla creazione delle prime bombe atomiche. Paradossalmente questo progetto, che molti considerano come la fine dell’età dell’innocenza della fisica, è mosso da motivazioni storicamente legittime o quantomeno comprensibili: proteggere il mondo dal dominio nazista. Famosa è la lettera firmata dal pacifista Einstein, ma redatta dal collega Leó Szilárd, che incita Roosevelt a finanziare le ricerche di Enrico Fermi per sorpassare la Germania nella costruzione di un’arma nucleare.

Guidato da Oppenheimer e controllato dall’esercito, questo progetto segretissimo coinvolge numerosi ricercatori di spicco e moltissimi tecnici, ignari del vero obiettivo o convinti che la sua riuscita basti a scoraggiare il Fürer. Dopo la resa della Germania, infatti, alcuni ricercatori lasciano il progetto, che però non viene interrotto. Appare chiaro allora, soprattutto dopo il primo test detto Trinity, che l’esercito americano non rinuncerà a lanciare le altre bombe prodotte. Siamo nel 1945 e questa volta il bersaglio è il Giappone.

Ed è a partire da questo momento che la riflessione della società civile e gli scopi e metodi della politica estera e dei militari cominciano a divergere fortemente. Le coscienze degli scienziati del progetto Manhattan cominciano a svegliarsi. Nasce un’inutile petizione firmata da 70 ricercatori interni al progetto. Lilli Hornig, chimica, racconta di aver firmato la petizione con la speranza che il nuovo presidente Truman accettasse di eseguire solo una dimostrazione della potenza della bomba nucleare, nell’atollo di Bikini in presenza dei giapponesi. Aveva solo 23 anni. Le bombe vengono lanciate su Hiroshima e Nagasaki e i fisici, per usare le parole di Oppenheimer, “hanno conosciuto il peccato”.

Scioccati da questi eventi, molti scienziati del progetto Manhattan si impegnano da subito per la causa pacifista. Nasce la Federation of American Scientists, un’organizzazione dedicata al controllo delle armi nucleari, che opera ancora oggi anche per promuovere la sicurezza nell’uso dell’energia nucleare e prevenire il terrorismo biologico. Sul loro sito si legge che “scienziati, ingegneri e altre persone tecnicamente preparate hanno l’obbligo etico di garantire che i frutti tecnologici del loro intelletto e del loro lavoro siano applicati a beneficio dell’umanità”. L’organizzazione ha forti legami con le istituzioni e spesso i membri sono chiamati come esperti in gruppi di lavoro governativi, esercitando quindi una reale pressione su alcune decisioni che coinvolgono la sfera dell’etica.

Parallelamente, sempre nel 1945, vede la luce il Bulletin of the Atomic Scientists, una newsletter ciclostilata che ha lo scopo di informare non solo la classe politica, ma anche il pubblico sul rischio nucleare che minaccia la nostra esistenza. Due anni più tardi il bollettino si trasforma in rivista e per la prima edizione l’artista Martyl Langsdorf, moglie di uno scienziato del Progetto Manhattan, crea una grafica molto evocativa: un orologio che segna il tempo che ci separa dall’apocalisse nucleare, la mezzanotte. Il logo diventa un potente simbolo, capace di parlare efficacemente al grande pubblico anche di epoche successive, come dimostra l’uscita nel 1984 della canzone “Two minutes to midnight” degli Iron Maiden.

In origine le lancette dell’orologio segnano sette minuti dalla mezzanotte per pura scelta estetica, ma da allora vengono spostate ogni volta che, secondo il comitato di esperti, ci avviciniamo o allontaniamo dalla minaccia di autodistruzione. La lancetta è stata spostata in avanti per prima volta nel 1949, quando l’Unione Sovietica ha testato la sua prima bomba nucleare. Il momento più lontano dalla mezzanotte è stato nel 1991, alla fine della Guerra Fredda, mentre il più vicino (100 secondi dalla mezzanotte) è, ahinoi, proprio adesso. La lancetta è stata spostata a gennaio 2020. Oltre al riarmo nucleare, dal 2007 gli esperti mettono in conto anche la minaccia incombente dei cambiamenti climatici e soprattutto l’assenza di misure per contrastarli.

Ritornando un attimo indietro, non bisogna dimenticare la creazione nel 1957 del movimento internazionale per il disarmo Pugwash, fondato da Józef Rotblat – uno degli scienziati che aveva abbandonato il progetto Manhattan una volta compresi i veri scopi – e dal filosofo Bertrand Russell. Il movimento, che nel 1995 ha ottenuto il Premio Nobel per la pace insieme a Rotblat, nasce come conseguenza del Manifesto Russell-Einstein del 1955, in cui si fa appello agli esseri umani in quanto specie unica e viene pronunciata la frase “Ricordatevi della vostra umanità e dimenticate il resto”.

Al di qua dell’oceano, nel 1953, la fondazione del Centro Europeo per la Ricerca Nucleare (CERN) contribuisce a consolidare la pace in Europa, fornendo a ricercatori di ogni provenienza un luogo di incontro e scambio lontano dalle divergenze politiche dei loro Stati. Nei primi articoli della convenzione del CERN si legge infatti che lo scopo di questa istituzione è puramente scientifico. Le ricerche devono rimanere indipendenti da qualsiasi applicazione militare e i risultati devono essere pubblici. Tra i 12 stati fondatori c’è l’Italia, rappresentata da Edoardo Amaldi – uno dei “ragazzi di via Panisperna”, sede del laboratorio diretto da Fermi – direttore del CERN nelle prime fasi di creazione.

Tutte queste vicende mostrano come la ricerca scientifica sia un processo umano, guidato anche da sistemi di valori personali, e non possa prescindere dal contesto storico-sociale. Se da un lato gli scienziati più coscienziosi sentono – a livello personale – tutto il peso delle conseguenze delle loro ricerche (e questo è stato chiaro fin dagli esordi delle scienze biomediche e sociali, un po’ meno nelle scienze fisiche), istituzionalizzare la responsabilità dei ricercatori sull’applicazione delle proprie scoperte è più delicato.

I codici deontologici, così come i purtroppo rari corsi universitari di etica delle scienze, si concentrano soprattutto sull’etica interna alla ricerca: onestà, correttezza, trasparenza. Non frodare, non manipolare i dati, non plagiare, cita i lavori precedenti, condividi i risultati.

Non si può chiedere, ovviamente, ai ricercatori di prevedere il destino delle loro scoperte. Si può chiedere loro di richiamare l’attenzione pubblica su potenziali criticità o pericoli e di dialogare con la società. Dialogare non significa solo parlare ma anche ascoltare: quale modo migliore per conservare o riacquistare la fiducia del pubblico e creare consenso? A patto che il confronto non metta le briglie alla libertà intellettuale, altro principio di base della scienza.

I principi etici che dovrebbero essere seguiti dai ricercatori si ispirano, ancora oggi, alle quattro norme individuate nel 1942 da Robert Merton, fondatore della sociologia della scienza: la scienza dev’essere un bene comune, universale (priva di discriminazioni etniche, di genere, religione, ecc.), disinteressata e sottomessa a un costante scetticismo organizzato. Principi guida validi, nonostante questa visione utopistica del mondo scientifico come comunità che si autocontrolla abbia mostrato i suoi limiti e le sue aberrazioni.

Abbiamo fatto un grande salto, partendo dalle scoperte di Marie e Pierre Curie e ripercorrendo qualche tappa della nascita dell’etica delle scienze. Allo stesso modo la regista Satrapi, nel film Radioactive, prende una scorciatoia per arrivare alla riflessione sulla responsabilità sociale della ricerca scientifica.

Secondo la storica delle scienze Natalie Pigeard, responsabile degli archivi del Museo Curie di Parigi, le anticipazioni del film sulle applicazioni della radioattività successive all’epoca dei Curie non rappresentano una continuità scientifica con i loro lavori, ma si riallacciano piuttosto alle loro preoccupazioni, palesate già nel 1903 da Pierre Curie durante l’allocuzione a Stoccolma per la consegna del Premio Nobel.

Pierre e Marie Curie non ignoravano che, in mani criminali, la loro scoperta avrebbe potuto rivelarsi molto nociva, così come era già successo per Alfred Nobel e l’invenzione della dinamite. Pierre, nel suo discorso, dichiara che nonostante tutto l’umanità trarrà sempre più vantaggi che danni dall’avanzamento delle scoperte scientifiche.

La regista Satrapi sembra sposare questa visione.

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