Uno sguardo d’autore sul COVID-19

La pandemia causata dal virus SARS-Cov-2 ha messo in ginocchio anche il mondo artistico e culturale: musei chiusi, grandi mostre e fiere, annunciate da mesi, rimandate o cancellate, visite ai musei più importanti del mondo e inaugurazioni online, tutto nel tentativo di arginare gli effetti devastanti di un virus sconosciuto. Lo stesso virus, come molti altri più noti, rappresenta anche fonte di ispirazione per molti artisti, che alle malattie infettive e ai cambiamenti climatici dedicano da tempo molta attenzione. Nell’installazione Screened for, l’artista canadese Elaine Whittaker si auto-ritrae indossando delle mascherine su cui ha dipinto i microorganismi, virus o batteri, responsabili delle più importanti malattie infettive. Micron l’ha intervistata.
Federica Lavarini, 27 Maggio 2020
Micron

La pandemia causata dal virus SARS-Cov-2 ha messo in ginocchio anche il mondo artistico e culturale: musei chiusi, grandi mostre e fiere, annunciate da mesi, rimandate o cancellate, visite ai musei più importanti del mondo e inaugurazioni online, tutto nel tentativo di arginare gli effetti devastanti di un virus sconosciuto. Lo stesso virus, come molti altri più noti, rappresenta anche fonte di ispirazione per molti artisti, che alle malattie infettive e ai cambiamenti climatici dedicano da tempo molta attenzione. Nell’installazione Screened for, l’artista canadese Elaine Whittaker si auto-ritrae indossando delle mascherine su cui ha dipinto i microorganismi, virus o batteri, responsabili delle più importanti malattie infettive. Micron l’ha intervistata. 

Come nasce questo reciproco scambio tra arte e scienza nella sua esperienza?
Ho sempre amato esplorare la natura. Sono nata in Canada e ho vissuto l’infanzia in una cittadina che, ai miei tempi, era rurale. Da bambina giocavo all’aria aperta nei pascoli, vicino a ruscelli e a prati d’erba cullati dal vento e, assieme alla mia famiglia e ai miei amici, ho sempre avuto uno stretto rapporto con l’ambiente naturale che mi circondava. Il mio retroterra è una combinazione tra formazione artistica e scientifica. Anche se non ho seguito studi tradizionali in ambito scientifico, durante i miei studi accademici in antropologia ho frequentato molti corsi di biologia che hanno avuto un grosso peso nella mia attività artistica. Ho iniziato con la fotografia e la scultura in ceramica mentre, contemporaneamente, lavoravo a tempo pieno come attivista per il diritto della donna alla salute nel contesto del movimento ecologista. Quando decisi di intraprendere un percorso formale in arti visive, il mio interesse verso materiali e concetti diversi mi spinse a incorporare nella mia arte dei materiali organici.

 Da che cosa è partita?
All’inizio lavoravo con un minerale molto diffuso in natura, il sale, il fondamento della vita: dal nostro passato primordiale in un oceano salmastro alla formazione del feto nel liquido amniotico. Cercai di rappresentare il concetto di organico facendo crescere e nutrendo cristalli diafani su oggetti creati o trovati per caso. Le opere erano percepite come “vive” perché crescevano anche se, in realtà, erano qualcosa di inorganico, litico, geologico, un minerale, non una cellula. Il sale diventò il materiale base e la metafora della mia arte a cui affiancai altri materiali, come cera, ossa, insetti e vegetali. 

Come è arrivata a prendere in considerazione la biologia?
Un decennio fa, durante le mie ricerche sulla storia delle pandemie e delle epidemie, iniziai a utilizzare i batteri vivi e, grazie a un finanziamento del Canada Council, a muovere i primi passi per costruire un laboratorio nel mio studio, dove coltivai il batterio salino non patogeno Halobacterium sp. NRC-1. Con un microscopio e una macchina fotografica digitale fotografai la crescita delle colonie dai colori brillanti e usai le immagini per delle installazioni con le piastre di Petri, in cui il batterio sembrava un disegno vivente. Più recentemente, la residenza al Pelling Laboratory for Augmented Biology dell’Università di Ottawa mi ha consentito di lavorare con cellule umane e di utilizzare l’ingegneria biomedica per incorporare nelle mie opere materiali derivati dal mondo vegetale. 

Airborne 1, monoprinting di polmoni e tubercolosi

Qual è il percorso che l’ha portata rendere protagonisti i peggiori nemici della specie umana, e non solo?
Quando ero una bambina ho vissuto da vicino l’esperienza della tubercolosi, che colpì mia madre ventenne e la costrinse a trascorrere due anni in sanatorio. In Contained, una delle mie opere più recenti, mi sono ispirata a quel periodo, creando un’installazione in suo onore e per i milioni di persone che ancora oggi, in tutto il mondo, continuano ad ammalarsi di questa grave malattia infettiva. Ho ricreato un’atmosfera allo stesso tempo clinica e fantastica, utilizzando due metafore: un uccello recluso, al limite della propria vita, e una foresta fantastica che risana e apporta speranza. Una parte dell’installazione accoglieva la ricostruzione della stanza in cui immaginavo fosse stata mia madre: un tavolo, una sedia e lo scheletro vuoto di un letto anni ’40 su cui dondolavano delle piastre di Petri in cui erano raffigurate la tubercolosi ai raggi X.
Su una parete erano appese oltre cinquanta maschere per l’ossigeno in plastica verde, usate in ospedale, per ricordare che la tubercolosi è ancora presente tra noi. Chiudeva l’installazione un’opera nella quale convergevano scienza e tecnologia, essere umano e ambiente: tre piastre di Petri che contenevano solo l’impalcatura, su cui si appoggiano le cellule, di tre foglie d’acero. Le cellule vegetali ricavate dalle foglie, dopo essere lasciate in coltura con altre di tessuto polmonare, venivano riportate sull’impalcatura della foglia. Con Lungs of the Earth, titolo dell’opera e principale messaggio di speranza dell’installazione, ho voluto dare alle foglie un enorme potenziale, seppur fantastico, di vegetare e unirsi al potere dei polmoni umani.

Quali sono i lavori specifici sulle epidemie che ha portato a termine?
Dreadful Visitations è stata una delle mie prime mostre personali a prendere in esame le epidemie. Il titolo prendeva spunto dal libro del 1722 di Daniel Defoe, Diario dell’anno della peste. La mostra includeva opere che facevano riferimento all’influenza aviaria e al vaiolo, assieme a dei dipinti in cui avevo utilizzato oltre 1500 zanzare, il maggior vettore di malattie infettive. La mostra presentava anche l’installazione dal titolo Miasma, composta da oltre 120 maschere per l’ossigeno che avevo dipinto con organismi potenzialmente patogeni: virus, batteri, funghi, protozooi (basandomi su disegni di illustratori scientifici) erano disposti come un flusso di microbi visibili.
Durante questi anni di ricerca ho re-immaginato il mio lavoro sulla base delle risposte che ho cercato di dare a una domanda: “Che cosa significa essere colpiti da una malattia infettiva?”. Potevo trovare un’espressione artistica legata all’odierna pandemia e alla paura dei microbi? Come rendere visibile in un’istallazione quello che non poteva essere visto?

Durante la creazione della serie Screened for, immaginava l’approssimarsi di una nuova pandemia?
Non potevo certo prevedere l’attuale pandemia, ma immaginarla sì. Le malattie infettive, su cui mi concentro da oltre vent’anni, rappresentano la base delle mie opere d’arte. Leggo molti libri sul tema, come The Coming Plague di Laurie Garrett, o altri di science fiction, oltre a letteratura scientifica, romanzi e film. Non ero interessata a predire se vi sarebbe stata o meno una nuova pandemia, ma gli studi scientifici sulla ricorrenza delle epidemie nella storia, sulla progressiva distruzione dell’ecosistema, l’urbanizzazione di massa, l’agricoltura intensiva, la perdita di biodiversità e il commercio di animali selvatici, mi hanno dato spunti per immaginare un mondo dove una nuova pandemia sarebbe potuta accadere.
La ricerca che stavo facendo sull’aumento delle malattie infettive e sul riscaldamento globale divenne attuale nel 2014 con l’epidemia di Ebola, che colpì alcuni stati dell’Africa. È stato quello il momento in cui decisi di rivedere le maschere di Miasma. Quindi, nel 2015, impostai la macchina fotografica, misi in ordine i miei capelli e li raccolsi, presi le maschere e le indossai. Con gli occhi chiusi, o nel tentativo di guardare fuori, feci degli scatti a me stessa. Ho presentato queste foto in una scala più grande di quella reale e questo creava qualcosa di sconcertante, inquietante, ma anche volutamente bello. Un cielo blu coperto con i dipinti coloratissimi di diversi patogeni: malaria, tubercolosi, SARS, colera, HIV/AIDS, West Nile Virus, Ebola, rabbia, Dengue, influenza, rotavirus e peste.
Questi ritratti hanno avuto una certa risonanza nel pubblico e sono stati esposti, oltre che in Canada, negli Stati Uniti, in Europa, in Australia, in Corea del Sud e in Cina.
La mia speranza è che Screened for possa convincere il visitatore a passare dalla paura del virus, del microbo e delle pandemie incombenti, all’ammirazione della bellezza paradossale insita nei microorganismi che vivono in essi e attorno a noi.

 Su quali temi vuole puntare l’attenzione l’ultimo lavoro Murky Bodies?
Si tratta di una serie di installazioni che vogliono far riflettere su come esseri umani, piante, animali e microorganismi siano strettamente interconnessi, convivendo con molte difficoltà in un mondo messo alla prova dal cambiamento climatico. Murky Bodies si concentra sulla permeabilità di questi tre elementi: i limiti tra piante, animali e microorganismi, tra corpi e confini, interiori ed esteriori, sono continuamente violati in un ambiente in cambiamento. Murky Bodies vuole trasmettere come l’intervento umano e i mutamenti della natura generino nuovi paesaggi e nuove forme di vita ibrida.

Ci sono nuove opere legate all’attuale pandemia?
So che è qualcosa di terribile da dire, ma per la mia ricerca artistica le malattie infettive e le possibili future pandemie sono una fonte illimitata di ispirazione: dalle più note malattie infettive che stanno riprendendo piede ai nuovi superbugs come MERS, Zika virus, MDRTB (Multi-drug Resistant Tubercolosis), Chikungunya e ora il nuovo e ora il nuovo COVID-19.

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Come molti altri artisti in quarantena e in isolamento forzato, trascorro gran parte del mio tempo a riflettere preoccupata sul nuovo e sconosciuto COVID-19. Stiamo vivendo in tempo reale un esperimento, così come i governi e i leader politici, mentre gli scienziati cercano di garantire la nostra sicurezza e salute. Credo che le mie future opere saranno influenzate da questa pandemia, in che modo ancora non posso immaginarlo. Sarà abbastanza probabile che la sicurezza e la nozione di porosità – corpi porosi in un ambiente poroso – continueranno a essere temi di riflessione nei miei lavori, nuovi e in preparazione. Continuerò a esplorare, e a ritrarre nella sua luminosa bellezza, il mondo invisibile dei microbi attraverso la lente del cambiamento climatico, anche quando rappresentino una fonte di terrore per le infezioni a cui danno origine. Grazie a questo approccio incrociato tra arte e scienza, le mie opere si legano alle questioni più importanti della società e della politica e mostrano, allo stesso tempo, la meravigliosa fragilità e tenacia della natura umana.

 

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