Verso l’infinito e oltre…

Nel 2004 è finita sulla copertina di Time come simbolo dei migliori scienziati europei costretti a emigrare negli Stati Uniti, diventando nel contempo anche in Italia esempio dei ‘cervelli in fuga’. Nel 2014, dopo 24 anni passati all’estero in alcuni tra i migliori centri di ricerca mondiali di astrofisica, Sandra Savaglio è tornata a fare ricerca in Italia. Con lei abbiamo parlato di scienza, comunicazione, politica della ricerca e delle difficoltà che le donne devono ancora oggi affrontare in determinati contesti.
Romualdo Gianoli, 23 Giugno 2020
Micron

 Sandra Savaglio, astrofisica di Cosenza, è tornata in Italia richiamata per chiara fama a insegnare all’Università della Calabria di Arcavacata a Rende. Lo scorso febbraio è stata nominata assessore con delega all’Università, Ricerca Scientifica e Istruzione della Regione Calabria. L’abbiamo intervistata per parlare di scienza, comunicazione, politica della ricerca e delle difficoltà incontrate dalle donne in questi contesti.

Mi spiega di cosa si occupa?
Sono astrofisica, insegno al Dipartimento di Fisica dell’Università della Calabria e sono guest visitor allo European Southern Observatory (ESO) di Garching in Germania. La mia ricerca si concentra prevalentemente sulle caratteristiche dell’universo giovane: l’evoluzione chimica cosmica, le galassie distanti, lo spazio intergalattico e interstellare e le galassie dove si verificano gli eventi più energetici dell’universo, i lampi di raggi gamma e le supernove super luminose.

Come ha deciso di scegliere  questa attività e non unaltra?
Diciamo che la scienza l’ho sempre amata per l’ordine, la potenza, la riproducibilità… il risultato è universale. Quindi ho seguito questo desiderio senza chiedermi perché e quali sarebbero state le difficoltà. Soprattutto ho incontrato insegnanti giusti e genitori che non mi hanno ostacolato e, quindi, ho studiato quello che mi piaceva di più, cioè la fisica, e ho avuto la possibilità di viaggiare perché fare ricerca in fisica vuol dire rimanere collegato con il mondo. In un certo senso la fisica è la scienza di tutte le scienze, è veramente libera e universale e, se vuoi, ha anche un aspetto molto romantico: l’interpretazione della natura e del perché si comporta in un certo modo. Tu non giudichi, osservi solamente e cerchi di capire con i mezzi che la matematica ti offre. Anche chi fa indagini di polizia per scoprire l’assassino ha una spinta naturale per la conoscenza della verità. Noi non cerchiamo assassini ma risposte a delle domande. Anzi, cerchiamo prima di tutto delle domande, quelle cose di cui non conosciamo le risposte. Quindi perché ho scelto proprio questa attività? Perché è la cosa più bella, perché curiosare è un desiderio naturale dell’essere umano.

Ha vissuto e lavorato molto all’estero, ci racconta dove è stata?
Dall’Italia sono andata via già nel 1990 per la tesi di laurea, ho trascorso tre mesi in Francia come studente, altri tre in Australia come studente di dottorato e poi per quasi sette anni sono stata a Baltimora, alla Johns Hopkins University e allo Space Telescope Science Institute. Poi sono tornata in Europa e sono stata per un po’ più di otto anni in Germania, all’Istituto di Fisica Extraterrestre Max Planck. Ancora prima ero stata allo European Southern Observatory (ESO), come studente e poi come fellow scientist.

Perché è andata all’estero?
Ma perché la ricerca scientifica è globale, non ci sono confini! Oggi la ricerca di punta la fai solo con i progetti importanti che non possono essere mononazionali e ormai le collaborazioni internazionali spesso non riguardano più neanche solo l’Europa ma addirittura continenti diversi. Un esempio è l’Hubble Space Telescope, il telescopio più importante nella storia dell’umanità, che è una collaborazione tra America ed Europa, della NASA e dell’ESA, o come il CERN di Ginevra, che è europeo ma accoglie scienziati da tutto il mondo, oppure la ricerca sulle onde gravitazionali che si svolge in più continenti. Ormai ci sono ricerche che hanno bisogno dell’intero pianeta per essere condotte. Pensiamo alla collaborazione EHT (Event Horizon Telescope) che ha portato l’anno scorso alla prima immagine ravvicinata di quello che c’è intorno ad un buco nero. Per fare ciò ci sono voluti otto osservatori astronomici con antenne radio in tutto il mondo che hanno lavorato insieme realizzando un radiotelescopio virtuale gigante con un’apertura grande come l’intera Terra!

Lei ha creato il principale database esistente sulle galassie dove avvengono i lampi di raggi gamma, il Gamma-Ray Burst Host Studies (GHostS). Dal suo punto di vista, qual è il risultato più importante che pensa di aver raggiunto?
Quanto tempo ho per rispondere? Scherzi a parte: sì, ho creato quel database che riguarda le galassie che ospitano queste esplosioni stellari potenti, i lampi gamma, ma sfortunatamente non ho più il tempo di aggiornarlo. In effetti ho indagato in molti campi spostando la mia attenzione nel corso del tempo. Ho iniziato studiando lo spazio tra le galassie, che è uno spazio super vuoto, poi sono passata a indagare lo spazio tra le stelle dentro le galassie (che è un po’ meno vuoto di quello tra le galassie) e poi ho iniziato a studiare lo spazio tra le stelle, osservato grazie alle esplosioni stellari che, quando si verificano, lo illuminano permettendo di imparare davvero tante cose sull’universo. E questa indagine la si fa guardando sempre in posti diversi e a distanze diverse, il che in termini astrofisici vuol dire anche viaggiare nel tempo. Ecco, è in questo che sono specializzata e cerco di dare il mio contributo. E mi piace ancora tantissimo quello che faccio!

Per le sue ricerche ha utilizzato i più potenti telescopi del mondo (a ultravioletti, infrarossi e ottici), tra cui anche Hubble. Cosa si prova a guardare l’universo con questi strumenti?
È un’esperienza davvero unica che ho provato a condividere anche con chi non ha la fortuna di lavorare con questi strumenti, facendo fare anche da casa un viaggio nello spazio. Lo scorso 23 maggio, infatti, abbiamo realizzato una bellissima iniziativa, una di quelle attività che siamo stati costretti a inventarci a causa del lockdown e che altrimenti, forse, non avremmo mai fatto. È stato in occasione dell’anniversario dell’uccisione di Giovanni Falcone, in cui avevamo organizzato una videoconferenza dedicata a Pitagora e alla giustizia (con Salvatore Mongiardo della Nuova Scuola Pitagorica di Crotone) e poi la sera (con Antonino Brosio a Rosarno) abbiamo guardato il cielo, da casa, con un telescopio robotizzato che si trova in Sila. È stata un’esperienza bellissima perché le persone si sono avvicinate a queste cose stando sedute a casa loro e hanno potuto guardare nel cielo oggetti lontani centinaia di migliaia e anche milioni di anni luce. Siamo riusciti anche a osservare una supernova e la ciliegina sulla torta è stata guardare una cometa. Tutto ciò non è per niente banale e, anzi, è stata un’esperienza bellissima che abbiamo intenzione di ripetere il 20 giugno in occasione del Festival della Scienza di Roma.

Nel 2014, in occasione del Premio Casato Prime Donne che le è stato assegnato, ha lasciato questa dedica: «Ho sempre fatto quello che la gente non si aspettava da me come donna: la scienziata, lo sport, la difesa di chi non ha voce, contro gerarchie di cui in tanti hanno smisurato rispetto. Non per la mia gloria, ma perché quella mi sembrava la cosa più giusta per me e per i valori che ho imparato dalla mia terra. Una sfrontatezza che, consapevole, avrei pagato a mie spese». Secondo lei che cosa ci si aspetta da una donna?
Fare la bambina obbediente, giocare con le bambole, rifare il proprio letto e anche quello dei fratelli maschi; imparare a cucire perché quando ti sposi è utile. A me invece non piaceva giocare con le bambole, mentre mi piaceva fare sport, giocare a calcio e pedalare per strada su una bici da corsa. Poi mi piaceva la matematica e delle volte ho avuto sfrontatezza: una cosa che alle donne non viene perdonata o molto tollerata.

Lei è una scienziata eppure cita la scienza tra le cose che non ci si aspetterebbe da una donna: dunque pensa che ancora oggi la scienza sia un’attività insolita per le donne?
Ma sì, certo. Le donne che hanno le idee chiare e le esprimono o che hanno ambizioni non piacciono, e questo ovviamente anche nel mondo della scienza. Per esempio, se un uomo dice una cosa ha un valore ma se la stessa cosa la dice una donna, vale meno. E questa cosa è presente anche nel mondo della scienza, della ricerca e ce ne sarebbero di episodi da raccontare!

E per quanto riguarda la sua vita affettiva, sei sposata? Hai figli?
No, non ho figli per scelta e non sono sposata perché non mi sono mai vista inquadrata in questa situazione, ma ho una compagna tedesca con cui in Germania ho formalizzato legalmente il nostro rapporto di unione di fatto. Però mi piace portare la fede perché mi piace l’oro, perché è un metallo eterno ed è prodotto dalle esplosioni stellari.

Questa sua storia affettiva intralcia in qualche modo il tuo lavoro? Sente di aver mai dovuto trascurare o sacrificare gli affetti o la vita personale per svolgere il suo lavoro di ricercatrice?
No, perché dovrebbe? Ecco, vedi? Se fossi un uomo mi chiederesti mai una cosa del genere? Le persone, uomini o donne, si sposano, hanno compagni e compagne e questo comunque aiuta la vita di ognuno.

A proposito di vita delle persone, consiglierebbe oggi alle ragazze di intraprendere la strada della ricerca scientifica?
Prima di tutto per seguire questa strada bisogna esserci portati. Spesso ti trovi difronte a ragazze o ragazzi che vorrebbero fare questo mestiere perché sono affascinati dal cielo, dallo spazio, dalle immagini che vedono. Però per fare ricerca la matematica deve piacere, non c’è niente da fare, serve, è uno strumento. Comunque, sicuramente lo consiglio perché è il lavoro più bello che c’è e alle donne direi che non ci sono limiti, perché spesso si è portati a pensare: ‘non so se ne sono capace’ e anche io quando ho iniziato a studiare fisica mi sono posta il problema, ma poi mi sono accorta che non ci sono ostacoli se ti piace studiare, se ti piace la matematica. Studiare fisica diventa un’esperienza mistica, perché ti apre così tanto la visione sul mondo che non si tratta più solamente di fare conti matematici e spiegare certi fenomeni, ma è proprio la tua intera impostazione mentale che cambia.

Oltre a molti articoli scientifici pubblicati su riviste importanti quali Nature, hai scritto anche due apprezzati volumi, uno di divulgazione scientifica, Tutto l’universo per chi ha poco spazio-tempo (Mondadori, 2018) e un altro sul quale torneremo tra poco. Quanto conta per lei la divulgazione della scienza e come giudica il livello dell’informazione scientifica in Italia, anche alla luce della vicenda Coronavirus?
Diciamo che mi sono trovata a fare divulgazione un po’ per caso, perché hanno iniziato a chiedermi di fare lezioni in eventi pubblici, poi ho tenuto alcune TEDx conference e quindi sì, mi piace anche perché penso di riuscire a comunicare bene. Fare divulgazione è bello perché ti costringe a conoscere bene certe cose se poi le devi raccontare. Scrivere quel libro è stato bello, ma anche un impegno che ha richiesto un po’ di tempo. Comunque mi è stata data una bella opportunità e in definitiva è stata un’esperienza positivissima. Sulla questione Covid e comunicazione in effetti sono venute fuori delle difficoltà, anche perché abbiamo sentito di tutto e il contrario di tutto, a volte anche dalle stesse persone e finanche da esperti virologi. Proprio per questo sarebbe ancora più importante avere una comunicazione della scienza di qualità. Invece stiamo sperimentando quello che secondo me è l’aspetto negativo dell’informatizzazione e della democrazia nella comunicazione: il fatto che tutti si sentano esperti di tutto solo per aver letto sul web, dove si trovano davvero tante notizie false. Questo è il problema: la mancanza di controllo sull’informazione.

Nel suo libro Senza attendere (Rubettino, 2006) affronta il problema della fuga dei cervelli dall’Italia e ne individua le cause: scarso fascino della scienza sul grande pubblico, assenza di meritocrazia, troppa burocrazia, poco spazio per i giovani e le donne, controllo politico, corruzione e mancanza di fondi. Questo libro l’ha scritto 14 anni fa e dal 2014 è rientrata in Italia. Come le sembra oggi la situazione? Si è pentita di essere tornata?
No, pentita no, però questo non vuol dire che non ci siano difficoltà. Ovviamente la Calabria mi piace, è la mia terra, anche se è trattata male. Come scienziata devo dire che ormai la scienza è globale, la puoi fare ad alto livello ovunque tu sia, io sono in contatto con tanti colleghi in tutta Italia e anche all’estero. Certo che qui, rispetto alla Germania, è tutto più complicato, ancora di più stando al Sud. I problemi sono diversi ma di fondo c’è che in Italia la ricerca dovrebbe essere trattata meglio, da tanti punti di vista. La burocrazia è un ostacolo enorme: tutte queste carte, il fatto di non essere liberi, avere tutti questi vincoli. Per esempio, quando devi organizzare un concorso, diciamo all’università, ti devi preoccupare di come fare le cose nel modo più preciso possibile per evitare che ti facciano ricorso, per cui chi giudica i candidati spesso si ritrova ad essere giudicato. Pensa che nell’ultimo concorso, per sette candidati, abbiamo dovuto fare una serie di verbali di cui solo l’ultimo era di 43 pagine! È ovvio che magari per un particolare sbagliato, una virgola fuori posto, bisogna rifare tutto e così si perdono mesi. Tempo prezioso durante il quale professionisti avrebbero potuto fare cose migliori e più interessanti. Come si fa a essere competitivi con altri Paesi dove tutti questi paletti non ci sono? Comunque, rispetto agli altri problemi di cui parlavo 14 anni fa la situazione è migliorata, le cose un pochino vanno meglio, anche se i problemi sono sempre quelli e noi siamo sempre in ritardo rispetto alle altre nazioni. Alla fine, il riassunto è che comunque ci sono tantissimi pregiudizi: sulle donne, sul Sud e sulla scienza. Invece quello che non è un pregiudizio è la lentezza dell’Italia nella ricerca scientifica: è proprio un carrozzone pesante. Eppure, c’è una cosa positiva che mi dà speranza e che viene proprio da questa pandemia perché, quando sarà passata, avremo imparato a fare le cose in maniera rapida e soprattutto a trovare il modo per aggirare gli ostacoli della burocrazia. Da questo punto di vista sono molto ottimista, ne sono certa: stiamo affrontando un evento storico e qualcosa di buono, assieme a così tante disgrazie, deve lasciarcelo per forza.

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