Viaggio con il Presidente

Con il suo attivismo, il grande cantore della ‘wilderness’ americana John Muir si è guadagnato il titolo immaginario con cui viene spesso ricordato: padre dei parchi nazionali americani.
Marco Boscolo, 08 Marzo 2019
Micron
Illustrazioni di Francesco Montesanti
Micron
Giornalista scientifico

La verità è che quella lettera lo metteva un po’ a disagio. Non aveva molta voglia di fare da guida tra le montagne per l’ennesimo personaggio famoso che veniva alla scoperta del West. Lui quei sentieri, quei boschi e quei pascoli li aveva percorsi fin dalla giovinezza, condividendo il bivacco con chiunque, indipendentemente dalla razza e dall’estrazione. Ma la firma in calce era quella di Theodore Roosevelt. E come si fa a dire di no al presidente degli Stati Uniti d’America?
Nemmeno il primo impatto gli piace granché. Il 15 maggio del 1903 alla stazione di Raymond, in California, il treno presidenziale arriva in pompa magna, con la banda che suona e la gente che lo acclama. Tanta gente, troppa. Ma tutti voglio vedere il presidente, così la calca di giornalisti e fotografi lo spinge a rimanere in disparte. Quando finalmente si stringono la mano, è lo stesso presidente che fa allontanare tutti e dichiara che vuole vedere il resto del posto in santa pace. Forse, pensa, forse c’è qualcosa in quest’uomo…
È più o meno così che comincia l’incontro, celeberrimo, tra Theodore Roosevelt, il newyorkese che ha preso il posto dell’assassinato William McKinley alla Casa Bianca, e John Muir, il vecchio naturalista e botanico autore di alcuni dei libri sulla natura più letti di tutti i tempi. Una lettera con la richiesta di fargli esplorare le bellezze naturali dello Yosemite e una tappa in treno durante il lungo tour presidenziale a ovest. Cominciano così quattro giorni lontano dalla politica e dalla civiltà, per immergersi nella wilderness, campeggiando sotto le stelle, girovagando a dorso di cavallo e raccontandosi storie.

DALLA SCOZIA ALLA CALIFORNIA VIA MIDWEST
La famiglia di Muir emigra negli Stati Uniti dalla nativa Scozia nel 1849, quando John ha undici anni. Bisogna immaginarli ingrossare le carovane di coloni che si spingono verso ovest nelle pianure degli Stati centrali dell’Unione, alla ricerca di un posto dove metter su la propria fattoria. La scelta cade su Hickory Hill Farm, vicino a Portage, Wisconsin, che è un po’ come dire vicino a niente. Non fosse per i laghi a Nord, il Buffalo Lake e il Puckaway Lake, e il fiume Wisconsin a sud-ovest che assicurano terra fertile. John Muir non si risparmia la fatica del contadino e anzi, proprio perché la conosce, la rispetterà tutta la vita.
Fin da ragazzo è curioso, lavora il legno e costruisce originali meccanismi. Come quello che lo tirava giù dal letto scoprendolo se cercava di dormire oltre l’ora stabilita. Le invenzioni lo portano a 22 anni a iscriversi all’Università del Wisconsin, a Madison, dove rimane tre anni a studiare botanica e scienze naturali. Ma la sua irrequietezza e la sua curiosità non lo lasciano per troppo tempo in pace. Inizia a girovagare guadagnandosi da vivere con lavori occasionali dove capita grazie alle sue conoscenze di meccanica. Fino al 1867, un anno di svolta. Mentre stava lavorando in un negozio di ricambi per carrozze dalle parti di Indianapolis, un incidente rischia di fargli perdere un occhio. L’episodio lo spinge a lasciare per sempre il mondo delle invenzioni e della meccanica per dedicarsi definitivamente alla natura e alla botanica.
Forse per il fatto che non ha perso la vista per un notevole colpo di fortuna, sembra affamato di vedere più mondo possibile. Appena guarisce parte, a piedi, per raggiungere il Golfo del Messico, mille miglia più a sud, e poi si imbarca per Cuba, visita Panama e da lì risale la costa occidentale degli Stati Uniti fino a sbarcare a San Francisco nel marzo dell’anno successivo. Lo stesso anno attraversa per la prima volta la San Joaquin Valley, la valle che corre in direzione nord-sud nella California Centrale, tra le montagne che seguono la costa e la Sierra Nevada che si staglia verso Est: “e mi sembrava”, scriverà più tardi nel ricordare quel primo viaggio californiano, «che la Sierra non si dovesse chiamare Nevada, o Catena Nevosa, ma la Catena della Luce… la più divinamente bella delle catene montuose che avessi mai visto».

LE ESPLORAZIONI DELLA SIERRA NEVADA
Quello tra Muir e le montagne californiane è un rapporto d’amore profondo e duraturo. Da quando arriva a San Francisco non fa che esplorarne ogni angolo, bisaccia in spalla e poche pretese, se non quella di riempirsi gli occhi di bellezza. E nella Sierra Nevada un luogo speciale rimane sempre la Yosemite Valley, dove di fatto vive per tre anni, in una capanna di legno, da cui parte per le sue esplorazioni. Come quella che nel 1871 lo porta a individuare un ghiacciaio attivo a Merced Peak, confermando così la teoria che si stava formando nella sua mente: sono stati i ghiacciai a plasmare il paesaggio della vallata. Ma si tratta di una teoria che avrà bisogno di anni per diventare, com’è tutt’oggi, la spiegazione per la formazione dell’Half Dome e di El Capitan; mentre nella seconda metà dell’Ottocento, l’idea prevalente – o almeno quella promulgata da Josiah Whitney, direttore del Servizio Geologico degli Stati Uniti – era che a formare i picchi e le valle fosse stato un potente terremoto.
Le spedizioni si trasformano sempre più frequentemente in scritti, nei quali Muir fonde le proprie osservazioni scientifiche con il racconto dal passo lento del viaggio a piedi o a cavallo. Si inserisce in una tradizione che conta già esponenti illustri, come Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau, ma già dalla serie di Studies in the Sierra pubblicati nel 1874 diventa famoso e letto da persone di ogni estrazione in tutti gli Stati Uniti e oltre. Alla fine della carriera, il computo totale sarà di oltre 300 articoli e una decina di libri che hanno contribuito a far conoscere le meraviglie naturali dell’America ai propri abitanti come niente altro. Muir diventa il cantore della wilderness americana che, a suo modo di vedere, rischia ogni giorno che passa di scomparire in favore dello sfruttamento: legno, nuovi spazi per la coltivazione, miniere, aree di espansione urbana. Muir, che concepisce tutti gli esseri viventi come egualmente in diritto alla propria esistenza, è preoccupato che la grande trasformazione che stanno attraversando gli Stati Uniti nella seconda metà dell’Ottocento possa condannare la natura selvaggia alla scomparsa.

IL “RITIRO” A MARTINEZ, CALIFORNIA
Dal 1880, solo dodici anni dopo essere sbarcato nella Baia, Muir sposa Louie Wanda Strentzel, la cui famiglia è proprietaria di alcune terre a Martinez, alle spalle di Oakland. La fattoria e l’azienda agricola che amministrerà per tutta la vita sono il posto che chiamerà “casa”, e dove si farà seppellire sotto un cedro della California (Calocedrus decurrens). La vita privata cambia, John per la prima volta ha una proprietà e si può permettere qualche agio. Sembra che si plachi, ma è una quiete solo esteriore, perché dentro e negli scritti continua a perorare la causa della natura e della necessità di conservarne almeno una porzione così com’è, senza le nefaste influenze dell’uomo e della civiltà. Non si limita a quello che oggi chiameremmo un “attivismo militante”, ma è anche estremamente pratico.
Nel 1892 fonda il Sierra Club “per fare qualcosa per la natura selvaggia e rendere felici le montagne” e, attraverso questa organizzazione, si batte con tutto sé stesso per la salvaguardia di quella piccola porzione di natura che il Governo ha deciso di mettere sotto tutela e perché i confini della wilderness conservata si estendano sempre di più.
È così che Theodore Roosevelt lo trova nel 1903: un uomo benestante di 64 anni che ha mantenuto intatto lo spirito della giovinezza e la passione per la natura. Nessuno sa con precisione che cosa si siano detti in quei quattro giorni nella Yosemite Valley, ma il presidente non esita a definire quel viaggio come uno dei “momenti della mia vita che ricorderò sempre con piacere”. Di sicuro, dopo quell’incontro la Casa Bianca definisce 18 Monumenti Nazionali in altrettante aree naturali, compreso il Grand Canyon. Ma l’azione di Roosevelt non si ferma qui: istituisce anche 55 riserve e 150 foreste nazionali. Complessivamente, sotto il suo mandato, che prevede anche la fondazione del servizio forestale nazionale, gli Stati Uniti mettono sotto protezione 230 milioni di acri, di cui 148 di sole foreste, e il numero dei parchi nazionali raddoppia.
Se su questi risultati almeno una parte degli storici vedono gli effetti dell’appassionata azione di lobbying, campeggio a Yosemite compreso, si può ben dire che John Muir si è guadagnato il titolo immaginario con cui viene spesso ricordato: padre dei parchi nazionali americani.

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