Web e dati personali: le preoccupazioni degli italiani

L’aumento della connettività e la crescita di applicazioni di facile utilizzo e accessibilità da tutti i dispositivi hanno favorito l’uso di spazi di comunicazione e di contenuti, di piattaforme che permettono lo scambio di informazioni, beni e servizi, ma hanno anche messo in evidenza con più forza le questioni relative alla privacy, alla sicurezza e alla tracciabilità dei dati degli utenti. Lo conferma un’indagine realizzata da Observa – Science in Society.
13 Maggio 2019
Micron

Nel 2018 è continuata a crescere la diffusione delle tecnologie ICT in Italia: la quota di cittadini che dichiara­no di non aver mai usato Internet è scesa al 20%, mentre era pari al 50% appena dieci anni fa. Negli ultimi dodici mesi si è connesso alla Rete quasi il 70% degli italiani e il 52% lo ha fatto tutti i giorni. Come mostrano gli ultimi dati dell’Istat, i più grandi utilizzatori di Internet sono ovviamente i giovani – tra i 15-24enni la quota di quanti usano Internet è superio­re al 94% – ma la diffusione comincia ad essere significativa anche tra i 65-74enni: nel 2018 è arrivata al 40%, aumentando di quasi dieci punti percentuali in un solo anno. Il rapporto con il web conferma un divario di genere (navigano su Internet il 73% degli uomini e il 65% delle donne), tuttavia fino ai 44 anni le differenze sono molto contenute e si annullano tra i più giovani. Tra chi usa Internet, lo strumento prioritario per connettersi è lo smartpho­ne. I dieci siti più visitati sono Google, Youtube, Facebook, Amazon, Wikipedia, Ebay, Libero, Yahoo e Repubblica, men­tre le attività più diffuse sono quelle lega­te all’uso di servizi di comunicazione e di informazione.
Secondo i dati più recenti dell’Eurostat, nei tre mesi precedenti alla rilevazione effettuata, il 77% degli internauti italiani ha inviato o ricevuto e-mail, il 39% ha effettuato chiamate via Internet e il 61% ha usato un social me­dia network. Più della metà ha letto siti di informazione o ha consultato un wiki e il 46% in particolare ha cercato informazio­ni mediche. Quasi un terzo degli utenti Internet ha poi pubblicato sul web con­tenuti di propria creazione (come testi, fotografie, musica, video, ecc.), ha fatto ricorso a servizi di cloud (come dropbox, google drive, ecc.) per archiviare docu­menti, immagini o altri file, e ha ordinato o comprato merci o servizi.
L’aumento della connettività e la crescita di applicazioni di facile utilizzo e accessi­bilità da tutti i dispositivi hanno favorito l’uso di spazi di comunicazione e di con­tenuti, di piattaforme che permettono lo scambio di informazioni, beni e servizi, ma hanno anche messo in evidenza con più forza le questioni relative alla priva­cy, alla sicurezza e alla tracciabilità dei dati degli utenti. Non solo: nell’ultimo anno, anche a seguito degli scandali e delle vicende di cronaca che hanno coin­volto colossi dell’economia digitale come Google e Facebook, e dell’applicazione in tutti gli Stati membri del Regolamento dell’Unione Europea 2016/679, noto come GDPR(General Data Protection Regulation) – relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trat­tamento e alla libera circolazione dei dati personali, il dibattito pubblico si è fatto più acceso.
Observa – Science in Society conduce dal 2003, attraverso l’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società, un monitoraggio dei comportamenti e delle opinioni dei cittadini italiani su questioni relative a scienza e tecnologia, con un’indagine campionaria annuale. L’indagine vie­ne svolta su tutto il territorio italiano e coinvolge, attraverso un misto di tecni­che CATI (Computer Assisted Telephone Interviewing) e CAWI (Computer Assisted Telephone Interviewing), un campione di 1.000 casi proporzionale e rappresentati­vo per genere, classe d’età e provincia di residenza della popolazione italiana con età maggiore o uguale ai 15 anni.
Nel 2018, tra le altre cose, l’Osservatorio ha chiesto agli italiani quanto sono preoccu­pati dell’uso dei dati che immettono sul web e se hanno adottato precauzioni per proteggerli.

Più del 60% dei cittadini si è dichiarato molto o ab­bastanza preoccupato per l’uso dei propri dati. Solo il 16% ha affermato di non essere per nulla preoccupato (fig. 1). Da un certo punto di vista, la preoccupazione è comprensibilmente più diffusa tra chi maggior­mente utilizza le piattaforme digitali, ad esempio gli italiani più istruiti e che si informano di più; tuttavia, i più giovani, che ampiamente si espongono su questi mezzi, sono risultati meno preoccupati degli altri.
Tra coloro che sono molto o abbastanza preoccupati, la questione che li preoccupa di più è la possibilità che informazioni sensibili e contatti siano divulgate a ter­zi (90%); al secondo posto si trova invece la possibili­tà che gusti e preferenze siano monitorate da motori di ricerca e social media (80%) e al terzo posto la pos­sibilità che qualcuno cerchi di influenzare le opinioni politiche attraverso post e commenti mirati (62%). A fronte di queste preoccupazioni, pochi hanno però effettivamente adottato qualche precauzione per proteggere i dati che immettono sul web (fig. 2).
Tra coloro che sono molto o abbastanza preoccupati dei loro dati, il 65% non ha adottato alcuna precauzione per proteggerli. Solo il 16% dei cittadini ha chiesto a Facebook e/o ad altri social media di comunicargli che dati avessero in loro possesso e il 12% ha prova­to ad usare motori di ricerca alternativi. Ancora più bassa la percentuale di chi è uscito completamente da almeno uno dei social media. Nel complesso, l’atteg­giamento generale sembra riassumibile con la frase: «sono preoccupato/a ma non rinuncio alla possibili­tà di essere connesso/a».

Quasi quattro italiani su cinque (78,5%) ritengono che chi usa i social media debba essere consapevo­le dei rischi che corre e non possa dare la colpa alle aziende. Una percentuale ancora più alta (84%) crede che sia comunque necessario un controllo in termi­ni di vigilanza e regolamentazione, perché aziende come Google o Facebook hanno ormai troppo pote­re. Il 74% poi ritiene che una possibilità di protezione particolare debba riguardare i minori, vietando loro i social media prima del compimento della maggiore età (tab. 2).
L’idea che chi usa i social media debba es­sere consapevole dei rischi che corre e non possa dare la colpa alle aziende è condivisa soprattutto dai citta­dini più giovani, più istruiti e più esposti all’informa­zione.
I più giovani però sono anche meno frequente­mente d’accordo degli altri sul fatto che occorra più vigilanza su aziende come Google e Facebook e che i social media debbano essere proibiti ai minori di 18 anni.
In sintesi, la maggior parte dei cittadini italiani è preoccupata per la privacy e la sicurezza dei propri dati e delle informazioni personali che immette sul web, ma non si sente in grado di gestire in modo con­vincente questo aspetto in autonomia: la percezione dominante è il rapporto impari tra le possibilità a di­sposizione del singolo utilizzatore e il potere assunto dai colossi del web. Emerge per questo motivo una forte richiesta di regolamentazione e vigilanza istitu­zionale, in particolare per le nuove generazioni ma, paradossalmente, meno dalle nuove generazioni.
I giovani si sentono meno preoccupati e più compe­tenti di gestire i rischi per il fatto di usare le piattaforme digitali più degli altri. Resta però una domanda: è davvero così? Si può difendere la privacy e la sicurezza dei propri dati usando più assiduamente il web o in parte è solo un’illusione e in Italia c’è bisogno di più vigilanza e regolamentazione istituzionale, ma anche di maggiore educazione e consapevolezza?
Ancora una volta, anche in questo caso, i dati sembrano far di­ventare questa solo una domanda retorica.
Nel 2018 l’Italia si è posizionata quart’ultima in Europa sulla dimensione «Capitale umano» dell’Indice di digi­talizzazione dell’economia e della società calcolato dall’Eurostat; in particolare, tra gli italiani internauti solo il 28% risulta possedere competenze digitali ele­vate, la maggioranza ha invece competenze di base (35%) o basse (33%), e vi è una nicchia che non risul­ta avere alcuna competenza (3%). L’età è una variabile importante ma non decisiva: tra i giovani 16-24enni solo il 38% risulta avere livelli avanzati. Altra variabi­le discriminante è il grado di istruzione, ma anche in questo caso sono meno della metà i laureati che usano la Rete che hanno competenze digitali elevate.
Interessante è mettere l’accento sull’alfabetizzazione al digitale. Dal 2007, con cadenza annuale, l’Osservatorio Scienza Tecnologia e Società monitora l’an­damento del cosiddetto «alfabetismo scientifico». Oltre alle tradizionali tre domande standardizzate an­che su scala internazionale – «gli elettroni sono più piccoli degli atomi», «gli antibiotici uccidono sia i virus che i batteri», «il Sole è un pianeta» – nella rilevazione del 2018 l’Osservatorio ha aggiunto due nuove domande: ha chiesto ai cittadini se è vero o falso che l’azoto è l’elemento più diffuso nell’aria e il che bit è l’unità di misura della quantità di informa­zione (tab. 3). Sorprendentemente la quota di italiani che risponde correttamente alla domanda sul bit è pari solo al 47,5%. Per questo item si registra la quota più alta di non risposte tra tutte e cinque le domande somministrate: più di un italiano su cinque preferisce infatti non rispondere. Quasi il 40% tra i giovani e il 30% tra i laureati non sa cosa sia il bit.

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