Donne e Nobel: un divario importante

Si sono da pochi giorni spenti i riflettori sulla cerimonia del Premi Nobel, quest’anno decisamente insolita. Non solo per le condizioni in cui sono stati annunciati i vincitori a causa della pandemia di Sars-CoV-2, ma anche per il genere dei premiati nei campi scientifici (Medicina o Fisiologia, Fisica, Chimica). Sì, perché quest’anno l’Accademia Reale svedese […]
Stefano Pisani, 17 Ottobre 2020
Micron
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Giornalista Scientifico

Si sono da pochi giorni spenti i riflettori sulla cerimonia del Premi Nobel, quest’anno decisamente insolita. Non solo per le condizioni in cui sono stati annunciati i vincitori a causa della pandemia di Sars-CoV-2, ma anche per il genere dei premiati nei campi scientifici (Medicina o Fisiologia, Fisica, Chimica).
Sì, perché quest’anno l’Accademia Reale svedese delle Scienze ha insignito ben tre donne su un totale di otto premiati, praticamente un record, anche considerando che è la prima volta nella storia che uno dei Nobel scientifici (quello in Chimica) è stato diviso solo tra due donne. Nonostante il Premio Nobel (condiviso con due uomini) dell’astronoma americana Andrea Ghez in Fisica, e appunto i due Nobel in Chimica a Emmanuelle Charpentier e Jennifer Doudna, quello che è universalmente considerato il premio più importante del mondo nell’ambito della ricerca scientifica è da sempre una questione fin troppo maschile, ed è finito nella mani di uomini della stragrande maggioranza dei casi.

UN RAPPORTO DIFFICILE
Prima della Ghez, il Nobel in Fisica era stato vinto solo da altre tre donne: Marie Curie, Maria Goeppert-Mayer e Donna Strickland (1903, 1963, 2018). Doudna e Charpentier sono state invece precedute da “ben” cinque donne: ancora Marie Curie (1911), Irène Joliot-Curie (1931), Dorothy Crowfoot Hodgkin (1964), Ada E. Yonath (2009), Frances Arnold (2018).
Nonostante gli sforzi compiuti negli anni – soprattutto in quelli recenti – per diversificare i vincitori del Nobel, i numeri sono ancora inclementi e parlano chiaro: degli oltre 600 premi Nobel assegnati alle scienze, solo 23 sono andati a donne. La materia in cui sono più rappresentate è la Medicina con 12 su 219 (5,4 per cento), seguita dalla Chimica (7 su 182, 3,8 per cento) e, abbastanza staccata, dalla Fisica (4 su 212, 1,9 per cento). Nelle altre categorie di premi, come Pace e Letteratura, la situazione è leggermente più “equilibrata”: 16 donne su 116 in Letteratura (13,8 per cento) e 17 su 79 nel caso del Premio Nobel per la Pace (21,5 per cento), anche se si tratta di categorie che, in un certo senso, sono ritenute più “accettabili” per le donne. In totale, includendo anche Economia (in cui c’è una vincitrice solitaria in tutta la storia di questo premio), gli uomini hanno comunque vinto 21,7 volte più delle donne i premi Nobel.

 GLI SFORZI DELL’ACCADEMIA REALE SVEDESE DELLE SCIENZE
Uno scenario, dunque, che è da sempre fortemente connotato in senso maschile ma che fa ben sperare dopo i segnali positivi di quest’anno e, soprattutto, dopo i passi compiuti dall’Accademia Reale svedese delle Scienze, che gestisce il programma Nobel, che si sta impegnando nel dichiarato tentativo di far diventare questo premio “più inclusivo”. Solo l’anno scorso, infatti, il segretario generale dell’accademia, Göran K. Hansson, si è premurato di inviare una lettera agli scienziati chiedendo loro di prendere in considerazione geografia e genere nelle loro nomine e ha caldeggiato i suggerimenti di più candidati femminili.
Hansson ha tuttavia dichiarato alla rivista Nature che gli sforzi per aumentare la diversità potevano comunque essere portati solo fino a un certo limite, a causa di una condizione stabilita in origine dal fondatore dei premi, lo stesso Alfred Nobel. Nobel, infatti, dichiarò esplicitamente che la “nazionalità” non avrebbe dovuto essere stata presa in considerazione nell’assegnazione dei vincitori. Una posizione che, per estensione, ha finito per riguardare anche il concetto di genere. “È importante ricordare che il Premio Nobel viene assegnato per scoperte e invenzioni: quelli che lo ricevono hanno dato un contributo importante all’umanità, ed è per questo motivo che ottengono il premio” ha detto Hansson nel 2018, sottintendendo che il sesso non può avere alcun ruolo. In ogni caso, contestualmente a queste dichiarazioni, la canadese Donna Strickland veniva poi nominata vincitrice per il suo lavoro sui laser, diventando la prima donna a ricevere un Nobel per la Fisica in 55 anni.

UNA SCARSA RAPPRESENTANZA
Uno dei motivi per cui ci sono poche donne tra i vincitori di Nobel per la scienza è che, banalmente, ci sono poche donne nella scienza. Nonostante le ricercatrici abbiano fatto molta strada nel secolo scorso, le donne rimangono infatti sottorappresentate nei cosiddetti campi STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica). Gli stereotipi tradizionali sono duri a morire e sostengono che alle donne “non piace la matematica” e “non sono brave nelle scienze” anche se diverse ricerche, ovviamente, smentiscono questi “punti di vista” e dimostrano che, quando le ragazze e le donne evitano l’istruzione STEM, lo fanno non a causa dell’incapacità cognitiva, ma a causa di una “precoce” esperienza con le STEM, della politica educativa, del contesto culturale, degli stereotipi e della mancanza modelli di ruolo incoraggianti. Negli ultimi decenni, gli sforzi per migliorare la rappresentanza delle donne nei campi STEM si sono concentrati appunto sul contrastare questi stereotipi con riforme dell’istruzione e programmi individuali. Un approccio che sta funzionando: le donne ora costituiscono la metà (o più) dei lavoratori nei campi della psicologia e delle scienze sociali e sono sempre più rappresentate nella forza lavoro scientifica, sebbene le scienze informatiche e matematiche rappresentino ancora campi poco occupati. Tuttavia, secondo l’American Institute of Physics, le donne attualmente costituiscono il 20 per cento dei laureati e conseguono il 18 per cento dei dottorati di ricerca in Fisica, un aumento notevole rispetto al 1975, quando queste percentuali erano rispettivamente del 10 e del 5.

Ma se più donne stanno conseguendo un Ph.D. STEM e guadagnano posizioni nelle facoltà, non sono ancora crollati pareti e soffitti di vetro, mentre avanzano nella carriera accademica. Quelle che, con tenacia, resistono e riescono a crescere, affrontano barriere esplicite e implicite al loro avanzamento, con pregiudizi molto forti, prive di una massa critica di rappresentanza e, spesso, venendo viste come outsider. La mancanza di una massa critica femminile porta con sé diverse problematiche. Le donne “isolate”, non accedono alle opportunità di networking e agli eventi sociali, e sono indotte a sentirsi al di fuori della cultura del laboratorio, del dipartimento accademico e perfino del campo di ricerca. Con un minor numero di colleghe, le donne hanno poi meno probabilità di costruire rapporti con collaboratrici e reti di supporto e consulenza. Questo isolamento può diventare acuto quando le donne non sono in grado di partecipare a eventi di lavoro o conferenze a causa, magari, delle responsabilità familiari. Per non parlare del fatto che una posizione di minoranza diminuisce il potere di difendersi e aumenta la probabilità di essere sottoposte a pressioni da parte dei colleghi maschi o di essere sfruttate, senza ricevere un adeguato riconoscimento (anche meramente economico).

IL PREGIUDIZIO IMPLICITO E LA CARRIERA
E il modo in cui sono trattati gli articoli di ricerca delle donne incide notevolmente, com’è ovvio, sulle loro probabilità di vincere un Nobel. Le ricerche delle donne non solo hanno meno probabilità di essere citate da altri ma le loro idee hanno anche maggiori probabilità di essere attribuite agli uomini. Quando le donne sono uniche autrici, le loro ricerche impiegano mediamente il doppio del tempo per completare il processo di revisione. Dulcis in fundo, le donne sono sottorappresentate anche nelle redazioni delle riviste scientifiche, come studiose senior e autrici principali e come revisori tra pari. Una emarginazione che, ovviamente, non favorisce la promozione della ricerca femminile. Un altro punto a sfavore della vincita di potenziali Nobel in campo scientifico è infatti quello degli ostacoli nella carriera. Il pregiudizio implicito contro la figura della donna esperta e scienziata accademica è pervasivo e il modo in cui si si manifesta è valorizzando, riconoscendo e premiando di più gli uomini rispetto alle donne. I pregiudizi impliciti possono contrastare l’assunzione, l’avanzamento e il riconoscimento del lavoro da femminile. Per esempio, le donne in cerca di lavoro accademico hanno maggiori probabilità di essere viste e giudicate in base alle informazioni personali e all’aspetto fisico e le lettere di raccomandazione per le donne hanno maggiori probabilità di sollevare dubbi e utilizzare un linguaggio che si traduce in risultati di carriera negativi. Sempre i pregiudizi impliciti sulle donne possono influenzare le possibilità di pubblicazione dei loro risultati di ricerca e quelle di ottenere il riconoscimento per questi lavori; inoltre, gli uomini citano i propri paper il ​​56%  in più rispetto alle donne: tutti fattori che contribuiscono a generare il cosiddetto “Effetto Matilda”, per cui esiste un divario di genere in termini di riconoscimenti, premiazioni e citazioni tra uomini e donne e a causa del quale (specialmente in campo scientifico) il risultato del lavoro di ricerca compiuto da una donna viene spesso in tutto o in parte attribuito a un uomo.

CALL ME BY MY LAST NAME
Anche se sono scienziate di livello mondiale, è il pregiudizio implicito che fa sì che le probabilità che una donna sia chiamata come conferenziera o come guest speaker che condivide i suoi risultati di ricerca sia minore di quella di un uomo, il che riduce la sua visibilità nel campo e la probabilità che venga nominata per i premi. Questo squilibrio di genere è notevole, e raramente le scienziate vengono citate perfino nelle news dei giornali. Infine, a questo quadro (necessariamente incompleto), aggiungiamo che alle donne scienziato viene concesso meno rispetto di quello che si dovrebbe, anche semplicemente sulla base dei risultati che hanno ottenuto. Una ricerca di PNAS mostra infatti, per esempio, che quando si parla di scienziati ed esperti maschi, è più probabile che si utilizzino i loro cognomi mentre si è più propensi a riferirsi alle donne con il loro nome.

Un dato che potrebbe essere considerato poco rilevante, ma che invece è importante perché alcuni esperimenti hanno mostrano che le persone a cui si fa riferimento chiamandole per cognome hanno maggiori probabilità di essere considerate famose ed eminenti. Inoltre, uno studio ha trovato che chiamare gli scienziati con il loro cognome porta a considerarli il 14 per cento più meritevoli di un premio alla carriera della National Science Foundation.

L’anno scorso, con nove vincitori, tutti maschi, nelle tre categorie scientifiche, la Strickland commentò: “Ho pensato che ci sarebbe stato di più [per le donne] ovviamente; dobbiamo celebrare le donne in fisica, perché noi ci siamo. E si spera che, col tempo, questo processo di riconoscimento diventerà più veloce”. Lo speriamo anche noi.

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