Fukushima, 5 anni dopo

Gli impatti ambientali del disastro nucleare di Fukushima avranno effetti per secoli su foreste, fiumi ed estuari. È quanto emerge da "Radiation reloaded", nuovo rapporto diffuso da Greenpeace Giappone, secondo cui gli elementi radioattivi a lunga vita sono stati assorbiti da piante e animali. Oggi sappiamo che si trattò del peggiore disastro nucleare dopo Chernobyl. A cinque anni dall'incidente, la vita stenta a riprendere nella zona attorno all'impianto.
Cristina Da Rold, 11 Marzo 2016
Micron
(Photo credit should read TORU HANAI/AFP/Getty Images)
Micron
Giornalista scientifica

Elevate concentrazioni di contaminanti riscontrate nelle nuove foglie di cedro e nei pollini, aumento delle anomalie nella crescita degli abeti, mutazioni ereditarie riscontrate nelle farfalle Zizeria maha, danni al DNA dei vermi nelle zone altamente contaminate e riduzione della fertilità nella rondine comune. Uno studio quadriennale ha rilevato inoltre una diminuzione della quantità di esemplari di 57 specie di uccelli nelle aree a maggiore esposizione, elevati livelli dell’isotopo di cesio nei pesci d’acqua dolce che poi vengono immessi in commercio e contaminazione radiologica degli estuari, che rappresentano uno degli ecosistemi più importanti del Giappone. Infatti, se è vero che gli effetti della contaminazione radioattiva sugli ecosistemi costieri e marini sono significativi, quelli sui bacini di acqua dolce sono ancora più evidenti. L’accumulo di cesio radioattivo in pesci d’acqua dolce dopo il disastro di Fukushima per esempio, è risultato circa 100 volte più elevato rispetto a quello che si è riscontrato nei pesci di mare.

SU 160 MILA EVACUATI, 100 MILA SONO ANCORA SFOLLATI
Questo quello che emerge da “Radiation reloaded”, il nuovo Report di Greenpeace Giappone, una relazione che fa il punto sulla situazione dal punto di vista ecologico (non epidemiologico!) basandosi su un numero di studi scientifici indipendenti pubblicati negli ultimi anni e di indagini effettuate da parte di specialisti di Greenpeace.
Il messaggio trasmesso da Greenpeace non sorprende affatto: gli impatti del disastro si ripercuoteranno per secoli su foreste e fiumi, cioè sull’intero ecosistema, a partire dall’agricoltura. In atri termini: sull’ecosistema sociale. Le foreste sono una vera e propria riserva di radiazioni, che continuerà a rappresentare una minaccia per la salute umana e animale in genere, e per la maggior parte degli abitanti di queste zone, le principali fonti di sostentamento sono proprio agricoltura, allevamento e pesca.

LA DECONTAMINAZIONE DELLE FORESTE
Gli sforzi del Paese per la decontaminazione – denuncia Greenpeace – ci sono, ma sono al momento solo piccole gocce nel mare. Un esempio su tutti: le foreste. Attualmente il Governo sta rimuovendo zona per zona le aree ritenute contaminate lungo le strade e intorno alle case, ma bisogna considerare – precisano gli esperti – che oltre il 70% dell’area intorno alla centrale è coperta da foreste. “È difficile decontaminare tutte le foreste, e ci possono essere conseguenze avverse in questo tipo di lavoro” affermava, lo scorso dicembre, il Ministro per l’Ambiente giapponese. Il risultato? Su oltre 160.000 persone evacuate al momento del disastro, quasi 100.000 sono tuttora sfollate: i livelli di radiazione in alcune aree sono ancora troppo elevati.
Bisogna poi considerare un altro aspetto. Una contaminazione nucleare procede a due fasi: un periodo iniziale che copre i primi 4-5 anni dopo l’evento catastrofico, che vede forti riduzioni dei livelli di radiazione, dovuti in gran parte al decadimento di alcuni elementi radioattivi. Trascorso tale tempo però, la riduzione inizia a rallentare e i livelli di radiazione rimangono sostanzialmente stabili per decenni, in gran parte a causa del lento decadimento di alcuni radionuclidi. Per fare un esempio, l’emivita di uno tra i più noti radionuclidi, il Cesio 137, un isotopo alcalino del Cesio, è di 30 anni, ma la sua vita pericolosa copre un periodo di 300 anni.

GLI EFFETTI SULLE PIANTE
Diversi rilevamenti effettuati nell’area intorno a Fukushima, hanno notato una correlazione fra la presenza delle radiazioni e alcuni difetti nello sviluppo di alcune piante, come gli abeti. Sebbene in alcuni casi gli scienziati non siano stati in grado di determinare con sicurezza se queste distorsioni preesitevano in alcune zone già prima della contaminazione, quello che invece sono riusciti a determinare è un’incidenza maggiore nelle aree contaminate.

GLI EFFETTI SUGLI ANIMALI
Un primo effetto dell’esposizione si è rilevato nella riproduzione degli uccelli. Uno studio condotto fra il 2011 e il 2014 ha mostrato che il 90% delle popolazioni di uccelli monitorate nella zona a 50 km a nord ovest della centrale di Fukushima Daiichi è stato cronicamente esposto a livelli di radiazioni che potrebbero avere un impatto sulla salute riproduttiva di questi animali.
Uno studio effettuato nel 2012 ha rivelato inoltre numerose anomalie nelle farfalle Zizeeria maha (come malformazioni morfologiche di zampe, antenne, occhi, addome, ali) e un altro ancora ha mostrato che i lombrichi provenienti dalle zone ad alta contaminazione avevano livelli elevati di danno al DNA rispetto ai vermi raccolti in una zona a bassa esposizione.

COSA STA CAMBIATO IN GIAPPONE
Qualcosa però sembra stia cambiando positivamente nella politica energetica del Giappone. Lo racconta un articolo pubblicato i giorni scorsi sulla rivista Nature, che mette in luce anzitutto una denuclearizzazione massiccia del paese, e dall’altra parte un investimento nel settore delle rinnovabili per la produzione di energia elettrica, anzitutto nel fotovoltaico. Dalla catastrofe del 2011 solo 4 su 44 reattori nucleari sono stati riaperti ed è stata completamente rivista la politica energetica fissata nel 2010, che prevedeva che entro il 2030 il 53% dell’energia elettrica del Paese derivasse proprio dal nucleare. Nel 2013 inoltre il Governo ha messo in piedi nuovi protocolli per la sicurezza delle centrali, perché – ricordiamo – la catastrofe di Fukushima è stata dovuta principalmente a sistemi di sicurezza poco efficaci. Il risultato di queste nuove politiche – conclude Nature – è che la quota del nucleare nella produzione di elettricità è scesa da circa il 30% nel 2010 a zero nel 2014.

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