How many roads…

Grazie a due nuovi strumenti, il crowd-sourcing e la citizen science, è stato possibile realizzare una mappa delle aree del pianeta non toccate da strade. Ne è emerso che l’80% della superficie terrestre è “senza strade” ma, purtroppo si tratta di una superficie estremamente frammentata in oltre 600.000 fazzoletti di terra grandi non oltre un chilometro quadrato. Salvaguardare queste aree significa evitare la perdita di biodiversità e favorire la funzionalità degli ecosistemi in esse contenuti. Obiettivi che spesso confliggono con quelli dello sviluppo.
Cristiana Pulcinelli, 31 Gennaio 2017
Micron

Le strade. Difficile trovare qualcosa di altrettanto importante nella storia dell’umanità. Senza le strade non avremmo modo di spostarci facilmente, non potremmo occupare le zone più difficili del pianeta, le culture non si sarebbero espanse oltre la loro culla. Senza strade non si possono raggiungere le scuole, né gli ospedali, né ricevere le medicine o il cibo. Ce ne accorgiamo quando per qualche motivo le comunicazioni stradali si interrompono. Tuttavia, le strade costituiscono anche un pericolo per l’ambiente e per la biodiversità: danneggiano le aree rimaste ancora selvagge e contribuiscono a una degradazione rapida degli ecosistemi e alla perdita di specie. Ma quante sono le zone senza strade sulla Terra? Uno studio appena pubblicato su Science e condotto da ricercatori provenienti da diversi Paesi, ha catalogato le strade in tutto il mondo. Ne è emerso che, benché l’80% della superficie della Terra sia ancora libera da queste vie di comunicazione, tuttavia si tratta di un’area estremamente frammentata in tante zone separate tra loro e per lo più di dimensioni ridotte.
L’impatto delle strade sul paesaggio – spiegano gli autori – si estende molto oltre la superficie coperta dalle strade stesse. Tra gli impatti ambientali diretti e indiretti ci sono la deforestazione, la frammentazione del territorio, l’inquinamento atmosferico e acustico, l’incremento della mortalità degli animali selvaggi soprattutto per il loro impatto con le automobili, i cambiamenti nel flusso genico delle popolazioni e l’agevolazione delle invasioni biologiche di specie non autoctone. Inoltre, le strade rendono più facile quello che viene chiamato lo “sviluppo contagioso”, rendendo accessibili aree prima remote e quindi aprendo la strada alla costruzione di nuove vie di comunicazione, cambiamenti di destinazione d’uso dei territori, e perdita di biodiversità.
Dato che, secondo uno studio dell’International Energy Agency del 2013, si prevede che la lunghezza delle strade sulla Terra aumenti del 60% tra il 2010 e il 2050, è auspicabile che si cominci a riflettere su una strategia a livello mondiale, se vogliamo che la perdita di biodiversità diminuisca o almeno non aumenti e che gli impatti sull’ambiente siano di minore entità. Per mitigare gli effettinegativi, la costruzione delle future strade si dovrebbe concentrare per quanto possibile in aree relativamente a basso valore ambientale. Questo vuol dire che bisognerà attivarsi per proteggere le aree riconosciute come importanti per la biodiversità e per la funzionalità degli ecosistemi.
Identificare queste aree è importante, ma il primo passo è quello di creare una mappa di tutte le aree non contaminate da strade. Un’impresa quasi impossibile fino a qualche tempo fa. Oggi, però, sono venuti in soccorso due nuovi strumenti: il crowd-sourcing e la citizen science. Open StreetMap è infatti un progetto open access, con un approccio dal basso – a cui partecipano quindi i cittadini – per mappare e aggiornare i dati geografici mondiali che sono liberi, mantenendo un focus sulle strade. Grazie a questo progetto, i ricercatori hanno potuto stimare che le zone senza strade – considerando “area senza strade” quella che dista almeno un chilometro da qualsiasi strada – coprono l’80% dell’intera superficie terrestre. Un’area però frammentata in oltre 600.000 parti, la metà delle quali non raggiunge un chilometro quadrato di estensione. Se si allarga la zona cuscinetto che separa le aree incontaminate dalle strade fino ad arrivare a un minimo di 5 chilometri, c’è una riduzione sostanziale della superficie: 57% della superficie terrestre, suddivisa questa volta in circa 50.000 parti. La distribuzione e l’ampiezza delle singole zone differisce molto a seconda dei continenti in cui si trovano, naturalmente: per le zone che distano almeno un chilometro da una strada, andiamo da un’ampiezza media pari a 48 chilometri quadrati in Europa a una di oltre 500 chilometri quadrati in Africa.
Per quanto riguarda il valore ambientale di queste aree, bisogna dire che quelle che hanno un indice particolarmente alto sono le foreste tropicali e boreali, ma questo non vuol dire che siano maggiormente protette. Il valore, peraltro, dipende dal contesto: una zona piccola, disturbata dalla presenza umana in altro modo ma priva di strade nell’affollata e contaminata Europa, ha sicuramente un valore più alto rispetto a un’area simile in Africa. Comunque, la cosa da sottolineare è che solo il 9,3% delle aree senza strade del mondo si trova in zone protette.
E, nonostante ci siano sempre più prove degli impatti negativi delle strade sugli ecosistemi, le politiche di conservazione finora, sottolineano i ricercatori, hanno ignorato il problema.
Un altro elemento di preoccupazione è dato dal fatto che, nel contesto degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, esistono forti conflitti tra gli obiettivi intesi a salvaguardare la biodiversità del pianeta e quelli intesi a promuovere lo sviluppo economico della popolazione mondiale. Le strade sono esplicitamente menzionate negli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per il loro contributo alla crescita economica e perché ne promuovono l’espansione nelle aree rurali più remote, ma non vengono presi in considerazione né i costi sociali né quelli ambientali dello sviluppo della rete stradale.
C’è un urgente bisogno, concludono i ricercatori, di una strategia globale per la conservazione, la restaurazione e il monitoraggio delle aree non contaminate dalle strade e degli ecosistemi che queste contengono: «I governi dovrebbero essere incoraggiati a incorporare la protezione di queste aree all’interno di politiche rilevanti e di altri meccanismi legali, riesaminando i punti di conflitto tra lo sviluppo delle reti stradali e la protezione delle aree dove le strade non sono arrivate, ed evitare strade non necessarie e disastrose dal punto di vista ecologico». Ma si potrebbe andare anche oltre: i governi dovrebbero considerare l’ipotesi di chiudere le strade già esistenti laddove questo significhi favorire il ripristino degli habitat e della funzionalità degli ecosistemi. «La nostra mappa rappresenta il primo passo in questa direzione», dicono gli autori dello studio.

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