I carnivori più piccoli nella trappola del ‘climate change’

Secondo una ricerca inglese, pubblicata su Nature Ecology & Evolution, i carnivori con un peso compreso tra il chilo e 10 chili sarebbero i mammiferi predatori più a rischio, a causa dei cambiamenti ambientali dovuti al climate change. E per un motivo molto semplice: impiegano molto più tempo ed energie per reperire le loro prede e ad avere successo nella caccia.
Francesca Buoninconti, 13 Dicembre 2017
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Tutti abbiamo ben stampata in mente la scena di un leopardo che trascina la sua preda, un impala, su un albero della savana. O di una tigre del Bengala che, nel folto della foresta del Bangladesh, attacca un bufalo indiano. O ancora quella di un ghepardo lanciato a quasi 100 km/h dietro una gazzella di Thomson. E tutti conosciamo il loro pessimo stato di conservazione, per via del bracconaggio, della riduzione dei loro territori di caccia e ovviamente dei cambiamenti climatici che mettono a rischio interi ecosistemi.
Ma quanto sappiamo, invece, dei carnivori più piccoli? Secondo una ricerca inglese, pubblicata su Nature Ecology & Evolution, proprio i carnivori di medie dimensioni – con un peso compreso tra il chilo e 10 chili – sarebbero i mammiferi predatori più a rischio, a causa dei cambiamenti ambientali dovuti al climate change. E per un motivo molto semplice: impiegano molto più tempo ed energie per reperire le loro prede e ad avere successo nella caccia. Almeno secondo il modello matematico elaborato dai ricercatori dell’Imperial College di Londra e della Zoological Society of London (ZSL).
Fino ad oggi, infatti, gli ecologi hanno sempre creduto che all’aumentare delle dimensioni degli animali diminuisse il tempo trascorso a caccia. Ora, però, il nuovo modello matematico ha ribaltato completamente questo assioma per i predatori di medie dimensioni che invece, come si è scoperto, trascorrono tantissimo tempo a caccia. Molto più di quanto creduto.
Per esempio, mentre a una tigre del Bengala del peso di 250 chili basta abbattere un bufalo – che può pesare anche tre volte la tigre – per avere un pasto garantito per qualche giorno, per i predatori più piccoli non è così. Non avendo la forza di abbattere grosse prede, devono ripiegare su animali piccoli, anche invertebrati a volte, e spesso ne devono catturare diversi. E come se non bastasse, le prede che sono molto più piccole di un predatore sono difficili da trovare e da catturare, perché la distanza di fuga di un animale piccolo è molto più alta di quella di un bufalo o di una gazzella. Il che significa che i carnivori di taglia media, ogni giorno, sono costretti a cercare cibo per periodi di tempo più lunghi rispetto ai loro “cugini” più grandi. Spesso arrivando a non bilanciare il dispendio energetico della caccia cibandosi della preda catturata. In pratica il gioco non vale la candela.
Per capirlo, il team ha esaminato il comportamento e gli spostamenti di 73 specie di carnivori. In particolare di quelli terrestri – escludendo quindi i pinnipedi (foche, otarie e trichechi) – dai più piccoli, come le donnole dal peso di appena 25-30 grammi, fino ai più grossi come l’orso bianco che arriva a una tonnellata di peso. Così il lavoro, basato sui dati degli spostamenti raccolti tramite radio collari e GPS, ha messo in luce come siano proprio i carnivori con un peso compreso tra 1 e 10 chili a trascorrere più tempo a caccia. In particolare quelli con un peso medio attorno ai 5 chili come la volpe grigia americana (Urocyon cinereoargenteus), il gatto giapponese di Iriomote (Prionailurus iriomotensis), il gatto leopardo (Prionailurus bengalensis), lo zibetto malese (Viverra tangalunga) e la volpe dei boschi sudamericana (Cerdocyon thous), detta anche “mangia granchi” per via della sua alimentazione specializzata.
Per tutte queste specie, i mutamenti dell’habitat dovuti al clima che cambia potrebbero avere grosse e spiacevoli conseguenze. Molto più che per i grandi carnivori. Anche piccole modifiche del loro habitat, potrebbero voler dire che i carnivori di piccole e medie dimensioni dovranno spostarsi molto di più per trovare la stessa quantità di cibo, consumando più energie rispetto a quelle incamerate con il consumo di una preda. Una conseguenza che incide su quella che i biologi chiamano fitness, ovvero l’idoneità a quel contesto ambientale, che poi si tradurrà nel successo riproduttivo dell’individuo e che avrà ricadute su tutta la popolazione di quella specie. Ma, segnalano gli autori dello studio, anche all’interno della stessa categoria dei carnivori di taglia media c’è chi rischia di più e chi di meno. La vulnerabilità delle specie segnalate, infatti, non dipende solo dai cambiamenti climatici, ma anche dal tipo di dieta. Le specie meno selettive, in grado di adattare la loro alimentazione a seconda del bisogno avranno sicuramente meno problemi, come ad esempio la volpe rossa europea che non di rado rovista anche nella spazzatura di grandi metropoli. Mentre carnivori con una dieta molto selettiva, come la volpe “mangia granchi”, si troveranno certamente in difficoltà e avranno meno probabilità di sopravvivenza.

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