I figli del cambiamento climatico

Da 2,5 milioni di anni siamo costretti ad adattarci ai cambiamenti dell’ambiente. Ma ciò che sta accadendo oggi è inedito nelle cause e negli effetti e richiede risposte basate su un cambio radicale di prospettiva. Del rapporto fra evoluzione e climate change, ma anche di ruolo dell’informazione, abbiamo parlato con il filosofo della scienza Telmo Pievani e il climatologo Luca Mercalli.
Giuseppe Nucera, 27 Settembre 2016
Micron
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

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Il 35° Congresso Internazionale di Geologia, tenutosi in Sudafrica a fine agosto scorso, ha annunciato l’entrata del nostro pianeta in una nuova era geologica: l’Antropocene.
Secondo alcuni tra i più prestigiosi studiosi della Terra, che a Città del Capo hanno presentato i risultati di un gruppo di lavoro istituito nel 2009, nell’ultimo secolo e mezzo l’impatto dell’uomo sulle condizioni ambientali e naturali del mondo è talmente rilevante da dover classificare una nuova fase per il pianeta. Un mutamento sempre più irreversibile, dovuto interamente all’azione dell’uomo. Una conferma ufficiale delle ipotesi avanzate quindici anni fa da Paul Crutzen e Eugene Stoermer.
L’Antropocene, era che prende nome proprio dalle modifiche territoriali, strutturali e climatiche causate dall’uomo, vede il proprio inizio intorno al 1950, coincidendo con fenomeni antropici quali la dispersione di elementi radioattivi a causa dei primi test nucleari, l’inquinamento da plastica e l’incremento del consumo di suolo: un impatto su rocce e sedimenti terrestri che rimarrà visibile a lungo, per milioni di anni.
Ma, se non ci si limita a considerare unicamente i mutamenti ambientali di origine antropica, si può osservare come le variazioni del clima siano stati nostri compagni di viaggio da sempre, da quando il cammino dell’uomo ha avuto inizio. Anzi, molto più di un semplice compagno di viaggio. Una scoperta degli anni recenti ha dimostrato, infatti, che probabilmente la stessa comparsa del genere Homo sia dovuto a un cambiamento radicale delle condizioni ambientali della Rift Valley, territori che gli ultimi ritrovamenti di fossili umani indicherebbero con molta probabilità come la culla dell’umanità. I cambiamenti climatici, inoltre, rappresentano uno dei fattori determinanti l’evoluzione della nostra specie, quella di Homo Sapiens.
Nel libro Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così, scritto dal filosofo della scienza Telmo Pievani e il giornalista Valerio Calzolaio, si sostiene che siano stati proprio i cambiamenti climatici la prima spinta evolutiva: l’uomo è stato costretto, infatti, ad adattarsi ad habitat in continuo mutamento a causa di condizioni mutevoli del clima, o a emigrare alla ricerca di condizioni ambientali favorevoli alle proprie caratteristiche. Da queste condizioni di variabilità risulterebbe, ad esempio, la plasticità del nostro cervello.
Telmo Pievani è intervenuto, insieme al climatologo Luca Mercalli, al festival A seminar la buona pianta organizzato da Aboca a Milano, proprio per parlare del rapporto tra evoluzione e cambiamenti climatici.

VERSO LA SESTA ESTINZIONE DI MASSA
L’Antropocene sarà l’ultima era geologica con la presenza dell’uomosulla Terra? Se si prende in considerazione il tasso di estinzioni di specie degli ultimi secoli è molto probabile che arriveremo a condizioni ambientali decisamente inospitali per noi.
In un rapporto di WWF e Zoological Society di Londra, il dato più importante che emerge è che il numero di animali in natura è circa dimezzato negli ultimi 40 anni, tendenza indipendente dai cambiamenti climatici, ma dovuta soprattutto perché gli esseri umani hanno eroso gli spazi dove tali specie vivevano, sottraendogli terra e acqua.
Il mutamento ambientale a cui stiamo assistendo è decisamente radicale: uno studio pubblicato su Science Advances, calcola che tra le specie viventi ci sia un tasso di estinzione circa 100 volte più elevato del normale. Un dato che tiene conto solamente di quel tipo di specie che conosciamo bene. Gli oceani e le foreste ospitano un numero inimmaginabile di altre specie, molte delle quali probabilmente scompariranno prima ancora di essere state descritte. Lo studio, condotto dalle università di Stanford, Princeton e California-Berkeley, afferma che le specie vertebrate che si sono estinte nello scorso secolo, normalmente impiegano dagli 800 ai 10 mila anni per scomparire secondo il naturale tasso di estinzione.

L’impatto non si limita alla terra. Il livello di acidificazione degli oceani previsto dagli scienziati per il 2100 è molto simile a quello di circa 252 milioni di anni fa, alla fine dell’epoca Permiano, quando si verificò il più grave evento di estinzione della Terra. Fino ad oggi.
Uno scenario climatico che porta gli scienziati a ritenere, dunque, che siamo di fronte a una sesta estinzione di massa, e che, nel momento in cui dovesse verificarsi, i benefici della biodiversità come l’impollinazione delle colture e la depurazione delle acque potrebbero scomparire in meno di tre generazioni, mettendo la specie umana in grave pericolo.

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