La tubercolosi, una malattia mai scomparsa

È di questi giorni la notizia che uno studente di una scuola superiore di Staranzano, in provincia di Gorizia è risultato affetto da tubercolosi polmonare, facendo scattare allarme tra i compagni e i genitori dei ragazzi. Quando scoppiano questi casi molte persone rimangono perplesse, pensando alla tubercolosi come una malattia che appartiene ormai al passato. La verità è che la tubercolosi non è mai stata debellata e costituisce ancora un grosso problema di sanità pubblica, in modo particolare nei Paesi in via di sviluppo.
Valentina Buran, 25 Gennaio 2018
Micron
Micron
Comunicazione della scienza

Tag

È di questi giorni la notizia che uno studente di una scuola superiore di Staranzano, in provincia di Gorizia è risultato affetto da tubercolosi polmonare, facendo scattare allarme tra i compagni e i genitori dei ragazzi.
Quando scoppiano questi casi molte persone rimangono perplesse, pensando alla tubercolosi come una malattia che appartiene ormai al passato. La verità è che la tubercolosi non è mai stata debellata e costituisce ancora un grosso problema di sanità pubblica, in modo particolare nei Paesi in via di sviluppo.

UN’EMERGENZA DI SANITÀ PUBBLICA
Nel report periodico curato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) si legge che nel 2015 ci sono stati 10,4 milioni di nuovi casi di tubercolosi. L’11% dei casi riguarda pazienti affetti anche dal virus dell’Hiv. I morti nel 2015 sono stati 1,8 milioni, la maggior parte (95%) dei Paesi in via di Sviluppo, 400 mila dei quali avevano una coinfezione con il virus dell’Hiv.
La tubercolosi non è ugualmente diffusa in tutto il mondo. Soli sei Paesi hanno il 60% di tutti i casi di Tbc in un anno: India, Indonesia, Cina, Nigeria, Pakistan e Sud Africa. Nei Paesi appartenenti all’Unione Europea si sono registrati 60mila casi. In Italia nel 2015 sono stati notificati 3769 casi (circa 10 al giorno). La mortalità in Italia per tubercolosi è di 350 decessi all’anno (circa uno al giorno). Il 43% di questi casi si è registrato in cittadini non italiani presenti sul nostro territorio.
L’OMS stima che circa un terzo dei malati (pari a poco più di 3 milioni di persone) non riceva cure adeguate. Si tratta in particolare di persone che vivono in aree povere del mondo, in comunità a rischio o tra categorie emarginate (come i lavoratori migranti, i rifugiati, gli sfollati, i detenuti, le popolazioni indigene, le minoranze etniche e i consumatori di droghe).

I PIANI INTERNAZIONALI PER L’ERADICAZIONE
Negli anni i Paesi hanno stretto diversi accordi per cercare di eradicare la tubercolosi o, almeno, ridurre la sua prevalenza nella popolazione. Nel 1995 è stato lanciato un piano internazionale contro la tubercolosi, chiamato Dots, che prevedeva un’azione basata su 5 punti:

  • l’impegno dei governi a sostenere la lotta alla tubercolosi;
  • la diagnosi precoce dei sintomi attraverso l’analisi al microscopio della saliva;
  • la presenza regolare e ininterrotta di scorte di farmaci di alta qualità;
  • la garanzia di poter somministrare con regolarità il trattamento per 6–8 mesi ai soggetti malati (inclusa l’osservazione diretta dell’assunzione dei farmaci per almeno i primi due mesi);
  • la presenza di un sistema d’informazione che consenta di monitorare sistematicamente i progressi dei trattamenti e i risultati delle cure.

Dots ha mostrato come una serie di fattori strutturali, culturali ed economici incidono in modo significativo sulla capacità di controllare la diffusione della tubercolosi in alcune aree del mondo, in particolare in Asia e nell’Europa orientale e ha reso evidente che le co-infezioni Tb/Hiv e la resistenza multipla ai farmaci interferiscono pesantemente sulla effettiva capacità di ridurre il numero di morti causati dalla Tbc.
Partendo dall’esperienza di Dots, nel gennaio 2006 è stato lanciato al forum economico di Davos il piano globale per fermare la tubercolosi 2006-2015. Il Piano globale stabilisce un’agenda di 10 anni, in linea con gli obiettivi del Millennium Development Goals, per arrivare a dimezzare entro il 2015 la prevalenza della Tb nel mondo e il numero dei morti rispetto all’anno di riferimento, fissato al 1990. In dieci anni il piano prevede la possibilità di salvare 14 milioni di vite. Il Piano globale definisce le azioni e i finanziamenti necessari a rafforzare il processo di sviluppo della diagnostica, dei farmaci, dei vaccini e il raggiungimento degli obiettivi, per ogni singolo Paese, decisi a livello internazionale. Il piano è stato dotato di una disponibilità finanziaria di 56 miliardi di dollari, che coprono il trattamento di almeno 50 milioni di malati.
Nello stesso anno, il 2006, in occasione della giornata mondiale contro la tubercolosi, il 24 marzo, l’OMS ha lanciato la “Stop Tb strategy”. L’obiettivo è continuare a diffondere iniziative di controllo della tubercolosi nel mondo e, al contempo, combattere la diffusione delle co-infezioni tra Tb e Hiv e il problema della multiresistenza ai farmaci per la tubercolosi. Uno sforzo particolare verrà effettuato sul fronte dell’accesso e della qualità delle cure, così come sull’introduzione di innovazioni basate su prove di efficacia. La strategia si basa su sei linee di azione:

  • promuovere l’espansione di Dots e il suo rafforzamento. Migliorare la qualità dei servizi, rendendoli ampiamente accessibili a tutti coloro che ne hanno bisogno, incluse le fasce di popolazione più povere e più vulnerabili, riuscendo a portare Dots anche nelle aree più emarginate e lontane
  • rispondere alla sfida posta dalle co-infezioni Tb/Hiv e dal problema delle resistenze multiple (Mdr-Tb). La risposta a queste problematiche richiede un’azione ben più incisiva di quella prevista da Dots ed è essenziale al raggiungimento degli obiettivi posti per il 2015
  • contribuire al rafforzamento dei sistemi sanitari. I programmi nazionali di controllo devono contribuire alla strategia globale sul fronte dei finanziamenti, della pianificazione, della gestione, dell’informazione e del sistema di fornitura e offerta di servizi innovativi
  • coinvolgere tutti gli operatori sanitari. I pazienti ammalati di tubercolosi necessitano di sostegno e assistenza da parte di una vasta gamma di operatori pubblici e privati, di associazioni e di volontari. Per rendere accessibili e disponibili a tutti i pazienti cure di alta qualità è necessario mobilitare tutti gli operatori coinvolti
  • responsabilizzare e coinvolgere direttamente le comunità e le persone affette da tubercolosi. I progetti di cura nelle comunità hanno dimostrato che un ruolo molto importante nel controllo della malattia può essere svolto dalle reti sociali e comunitarie che possono mobilizzare la società civile e fornire adeguato sostegno politico ai programmi di controllo
  • migliorare e promuovere la ricerca. Gli strumenti attualmente disponibili possono controllare la tubercolosi, ma il miglioramento delle pratiche e l’eliminazione della malattia dipendono dallo sviluppo di nuovi sistemi diagnostici, farmaci e vaccini.

LA GIORNATA MONDIALE DELLA TUBERCOLOSI
L’OMS ha deciso di istituire il 24 marzo la giornata mondiale della Tubercolosi, in ricordo del lavoro di Robert Koch, lo scienziato che prima di tutti scoprì e isolò il batterio responsabile della malattia. Il 24 marzo 1882, infatti, Koch annunciò al mondo i risultati dei suoi studi.
Ogni anno la giornata mondiale viene declinata in modo differente con il focus su un tema specifico che riguarda la malattia. Nel 2016 si è focalizzata sulle azioni necessarie per abbattere stigma, discriminazione e marginalizzazione legate alla malattia e superare le barriere che impediscono l’accesso alle cure, seguendo lo slogan “Leave No One Behind” (non tralasciare nessuno). “Unite to end TB” (Unirsi per mettere fine alla Tb) è stato il tema principale dell’edizione 2016; un appello rivolto a tutti, per mettere fine all’epidemia di tubercolosi. Il tema principale degli anni 2014 e 2015 è stato “Reach three milion” (raggiungere i tre milioni): un vero e proprio appello, rivolto a tutte le istituzioni, le organizzazioni di cittadini, le associazioni e gli operatori sanitari, ad impegnarsi maggiormente per raggiungere tutti i malati di tubercolosi nel mondo, soprattutto coloro che non hanno ancora accesso ai servizi sanitari e che non hanno ricevuto cure adeguate per la malattia. Nel 2012 è stato lanciato lo slogan “Stop Tb in my lifetime”, con il quale si invitava l’intera popolazione a lasciare un messaggio o un video-messaggio contro la malattia. Negli anni 2010 e 2011 il tema è stato “On the move against tubercolosis” (Innovare per accelerare l’azione) incentrato sulla valorizzazione delle iniziative più innovative nell’ambito di diagnosi, trattamento, cura, prevenzione ed educazione per la lotta alla tubercolosi, con incontri tra i soggetti coinvolti e la valorizzazione delle esperienze positive come fonte di ispirazione.

UN FUTURO IN CHIARO-SCURO
Gli ultimi report dell’Organizzazione mondiale della sanità purtroppo non riportano buone notizie. Nel mondo il tasso di declino dell’incidenza della tubercolosi rimane a solo 1,5% tra il 2014 e il 2015. Bisogna accelerare questa diminuzione al 4-5% annuale per raggiungere la tappa del 2020 prevista dalla “Stop Tb strategy”.
La battaglia contro la tubercolosi continua ad essere sottofinanziata. I dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OECD) rivelano come per Hiv-Aids gli aiuti ammontino a 5,4 miliardi di dollari, per la malaria a 1,7 miliardi mentre per la Tbc a soli 700 milioni di dollari.
Il costo a paziente per un trattamento contro la tubercolosi è compreso tra i 100 e i 1000 dollari, in relazione al Paese dove il paziente viene curato. Il costo sale ad una cifra compresa tra i 2000 e i 20mila dollari per le forme multiresistenti che prevedono 24 mesi di cure. Il successo dei trattamenti è, per la Tbc, dell’83% che scende al 52% per le forme multiresistenti e diventa solo il 28% per le forme super-resistenti.
La ricerca, nonostante qualche progresso nello studio di nuovi strumenti diagnostici, di farmaci (9 in studio) e di vaccini (13 allo studio), rimane poco finanziata. Esiste inoltre un problema di sorveglianza e di raccolta dati sui casi di tubercolosi notificati che coinvolge anche l’Italia. L’Italia nel 2014 e nel 2015 non ha fornito i dati riguardanti i casi di Tbc al Centro europeo di prevenzione e controllo delle malattie di Stoccolma a causa di carenza di personale specializzato e di problemi di dialogo tra i diversi sistemi informatici in uso nelle diverse Regioni. Il Paese coinvolto maggiormente nel fenomeno del sommerso è l’India, responsabile di un quarto dei casi di tubercolosi a livello mondiale. In India si è registrato dal 2013 al 2015 un aumento del 34% nei casi registrati di tubercolosi, dovuti proprio all’emersione del sommerso. La causa è la mancanza di una strategia a livello nazionale, che nonostante i recenti progressi rimane ancora carente.
L’India ha grandi università e centri avanzati, sta ampliando la rete dei centri di diagnosi con i recenti macchinari anche per la tbc multiresistente e il primo ministro Modi ha cominciato a parlare apertamente di tubercolosi e di nuove strategie per combatterla. Dovrà impegnare più soldi del suo bilancio, come hanno già fatto gli altri Paesi del Bric (Brasile, Russia e Cina), anche se per i primi anni servirà ancora l’aiuto della comunità internazionale.
Si stima che il gap tra il numero di casi stimati e quelli notificati a livello mondiale sia 4,3 milioni. 10 soli Paesi contribuiscono al 77% di questo gap: India, Indonesia, Nigeria, Pakistan, SudAfrica, Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo, Cina, Tanzania e Mozambico. Servirebbe per tutti i Paesi un migliore sistema digitalizzato, essenziale per l’accesso alla diagnostica, una pronta identificazione della malattia e l’utilizzo di cure adeguate. Notifiche nazionali e sistemi di registrazione della popolazione (con codificazioni standard sulle cause di morte) di alta copertura e qualità sono necessari in tutti Paesi per raggiungere l’obiettivo di eradicare la malattia.
Esiste infine la tubercolosi latente, non ancora infettiva e non attiva, ma che può essere individuata con opportuni screening e trattata precocemente prima che evolva in malattia conclamata. Le persone sieropositive e i bambini sotto i 5 anni sono le popolazioni più a rischio di sviluppare Tbc latente. Per loro il protocollo di cura indicato dall’Oms prevede un mix di due farmaci (isoniazide e una analogo della rifampicina) una volta a settimana per tre mesi, dodici dosi in tutto. Anche qui occorrerebbe, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, una strategia internazionale per la profilassi, ma molto spesso i Paesi relegano in secondo piano la questione.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X